L’addio di Montanelli a La Stampa: «Cari piemontesi, mi mancherete. Ma che imbarazzo stare tra voi»

Il 21 aprile 1974 Montanelli si congeda da La Stampa con l’ultimo articolo per la sua rubrica “Controcorrente”: «Continuerò a rimpiangere questo giornale».

Il 22 luglio 2001 se ne andava uno dei protagonisti assoluti della storia del giornalismo nostrano. Osannato e odiato, ancora oggi al centro di polemiche e dibattiti che lo staranno facendo forse sogghignare e forse imprecare – da buon toscanaccio quale era – lì dove si trova, Indro Montanelli è stato forse il volto più rappresentativo dell’opinionismo politico nel secondo Novecento. Spina nel fianco del potere, quale che ne fossero natura e colori, e maestro indiscusso dell’editoriale, transitò negli anni ’70 nella Torino di Gianni Agnelli come collaboratore de La Stampa.

Nel 1973 Il Corriere della Sera, sotto la guida della nuova proprietaria Maria Giulia Crespi – da Montanelli definita “la zarina” – e la direzione di Piero Ottone, aveva inaugurato una secca svolta nella linea editoriale, tradendo secondo Montanelli la sua natura di organo di riferimento della borghesia lombarda (e, dunque, nazionale) pur di intercettare i lettori legati al Partito Comunista di Berlinguer, da più parti visto come il futuro partito guida della Nazione.

Montanelli, dopo oltre 35 anni di servizio presso la testata di via Solferino, aveva scelto coerentemente di andarsene. Si era vociferato che la “zarina” lo avesse cacciato. Non sarebbe stato l’ultimo caso in cui il toscano si sarebbe visto costretto a fare le valigie: circa vent’anni dopo, quando al momento della discesa in campo il Cavaliere avrebbe preteso giuramento di fedeltà da Montanelli e dal Giornale in vista delle elezioni del ’94, l’ormai anziano giornalista avrebbe fatto un passo indietro, fondando con i più fidati collaboratori La Voce.

Nel 1973, a raccogliere i servizi di Montanelli era stata La Stampa dell’Avvocato, dove il giornalista era rimasto sino all’aprile del 1974, quando era tornato a Milano per fondare, dal nulla, Il Giornale. Di seguito il suo ultimo Controcorrente, la sua rubrica domenicale che appariva in terza pagina sul quotidiano piemontese. Nell’articolo, del 21 aprile 1974, il giornalista si congedava dai suoi lettori. Una descrizione del Piemonte e dei piemontesi di rara arguzia, come era nello stile della penna di Fucecchio, dal titolo che è tutto un programma: “Cari piemontesi, mi mancherete. Ma che imbarazzo stare tra voi“.

«I casi della vita hanno voluto che all’età in cui si usa passare alla riserva, io venissi richiamato in servizio permanente effettivo come direttore di un nuovo quotidiano che sta per nascere a Milano.

Qualcuno considera eroica questa impresa, qualche altro pazza: solo i fatti diranno chi ha ragione. Ma intanto mi vedo costretto a prendere congedo da questo giornale e dai suoi lettori. E lo faccio con sincero rammarico anche perché mi capita proprio nel momento in cui mi pareva di aver cominciato a stabilire con essi un certo rapporto fiduciario. Se m’illudo, scusatemi. Ma lasciate che vi dica cosa prova un non piemontese quando si trova improvvisamente a parlare ad un pubblico piemontese: vi servirà a capire non il Piemonte , ma come il Piemonte è visto da chi non vi appartiene.

Quando, in un momento piuttosto delicato della mia vita professionale, La Stampa m’invitò a collaborare, ebbi un soprassalto di gioia subito, seguito da un brivido di paura. Rimasto orfano, mi vedevo adottato da una famiglia che, come rango e prestigio, non aveva nulla da invidiare a quella da cui provenivo, e nella quale ritrovavo vecchi amici e compagni di lavoro. A porte chiuse, mi ci sentivo a casa mia. Ma era la finestra che mi atterriva.

Io sono un lavoratore di penna piuttosto facile. Il foglio bianco non mi intimidisce. Una volta sola la penna mi pesò come una croce e fu quando il direttore Borelli m’invitò al Corriere. Da allora – e saranno passati 35 anni – non avevo più sofferto i tormenti dell’impotenza. Tornai a provarli solo quando posi mano al primo Controcorrente. Sapevo benissimo cosa volevo dire. Ma mi paralizzava l’idea di dirlo ai piemontesi. Come colto da un’improvvisa balbuzie, impennavo sulla battuta, e invece di modellare il periodo lo rincorrevo a perdifiato invischiandomi in una matassa di coordinate e subordinate talmente arruffata e filacciosa che sembrava tolta di peso da un’allocuzione dell’On.le Moro. Una sorda rabbia m’invase contro i piemontesi. In fondo chi sono?

Facciamo pure l’elenco delle loro virtù e ammettiamo, scialando , che le abbiano tutte: e con ciò? Va bene, sono bravi: bravi contadini, bravi operai, bravi soldati, bravi funzionari, bravi tecnici, bravi imprenditori: e con ciò? Va bene, hanno fatto la Fiat, nessuno da questo momento lo sa meglio di me: e con ciò? Va bene, sono gli unici a sapere come si conduce uno Stato, una diplomazia, un esercito: e con ciò? Va bene , sono quelli che hanno fatto (Dio li perdoni, diceva mio nonno) l’Italia, noi li abbiamo soltanto aiutati a farla peggio di come l’avrebbero fatta loro se l’avessero fatta da soli: e con ciò? Va bene, la loro cultura, rimasta sempre agganciata a quella europea, è meno provinciale della nostra: e con ciò? Ma oltre questo con ciò non sapevo andare, e come calmante valeva poco anche perché sotto sotto sentivo che poco mi restava di cui nutrirlo. Eppure, il malanimo, o almeno il malinteso fra i piemontesi e gli altri italiani (questo altri, scusate, l’ho aggiunto in fase di correzione: d’acchitto non m’era venuto in mente) è tutto qui, in un con ciò che, ridotto all’osso, significa questo “Avete ragione , ma è proprio questo il vostro torto”.

Mi chiedo cosa sarebbe stato di me se, invece che all’epilogo, mi fossi accasato tra i piemontesi all’inizio della mia carriera , e a tempo pieno. Non prendetemi per presuntuoso, ma credo che, pur con qualche deviazionismo culinario, sarei diventato un buon piemontese anch’io, e probabilmente fra i più schizzinosi. In fondo, a un toscano terragno come me, niente è più congeniale di una civiltà di castello qual è, gratta gratta, quella piemontese, coi suoi cavallereschi ideali calzati di scarpe di vacchetta. È andata altrimenti, pazienza.

E ora addio, caro lettore, e grazie dell’ospitalità. Ti confesso che, entrando in casa tua, ero molto imbarazzato. Ma mi bastò poco per accorgermi che di questo imbarazzo voi soffrite quasi quanto coloro a cui lo incutete. Esentatemi da una dichiarazione di amore perché a gente come voi è difficile farne. Ma in questo pudore mi sento vostro pari e vostro complice . Avrò un giornale a Milano, e cercherò di farlo molto bello, bellissimo. Ma anche se ci sarò riuscito, seguiterò a rimpiangere il vostro.

Mi dicevano che ci avrei sofferto il freddo. Ci ho trovato, sotto una coltre di silenzio, il caldo».

By Redazione

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