Quando Jefferson rubò il riso di Vercelli e “copiò” Torino per costruire Washington

Un amore per l’Italia del terzo presidente USA nato all’ombra dei classici, e consacrato con un lungo viaggio nel Nord Italia. Durante il quale rubò il riso vercellese e dal quale porterà in patria vini, ricette e le mappe della capitale sabauda, proposta come modello per la futura Washington.

Nessuna data sarebbe forse stata più congeniale a Thomas Jefferson del 4 luglio 1826 per spegnersi e consegnarsi alla Storia. Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti d’America dopo Washington e Adams, era stato il principale autore della Dichiarazione d’Indipendenza, approvata dalla Convenzione di Filadelfia in quella stessa data di cinquant’anni prima, con la quale si sanciva l’indipendenza delle tredici colonie dalla madrepatria britannica.

Nel 1787, nel corso dell’incarico come diplomatico a Parigi, il padre fondatore degli Stati Uniti si imbarcò in un tour della Francia meridionale e delle zone settentrionali dell’Italia. Partito il 28 febbraio, Jefferson esplorò i due paesi in un tour di 1200 miglia. Curiosamente, per un uomo della sua posizione, scelse di viaggiare da solo e in incognito, come un privato cittadino della Virginia invece che come diplomatico, pagando di proprio pugno i costi degli spostamenti e assumendo valletti diversi per ogni città che raggiunse. In Italia arrivò a metà aprile, e vi rimase fino alla fine del mese visitando le zone intorno a Torino, Novara, Milano e Genova e prendendo appunti sugli stili di vita, l’ambiente e il clima di ogni destinazione. Considerazioni che costituiscono oggi una preziosa testimonianza dell’impressione esercitata dalla società e dai costumi del Piemonte dell’epoca sui viaggiatori stranieri.

Il 16 aprile, passando per Racconigi, Poirino e Torino, Jefferson notò un ponte “grande e bello” sul torrente Sangone, oggi non più esistente. Osservò anche gli edifici in mattoni, a volte erano coperti di intonaco, scoprendo come molte case fossero dipinte a fresco. Nei resoconti dei giorni successivi abbondano le considerazioni riguardanti i vini piemontesi. Il 17 aprile, transitando nel Monferrato, Jefferson assaggiò alcune varietà di vino locale, descrivendo quello che oggi è conosciuto come Monferrato rosso come “denso e forte”. Il giorno seguente, Jefferson assaggiò il Nebbiolo. La bevanda gli piacque, e la descrisse come “un vino singolare” che fondeva tre “caratteristiche contraddittorie”: la dolcezza del setoso Madeira, l’asprezza dello Champagne e l’essere “astringente al palato come il Bordeaux”. Il 19 aprile si spinse nei dintorni di Vercelli, dove gli fu proposto un vino chiamato Gatina (sia rosso che bianco, quest’ultimo paragonato favorevolmente al Calcavallo). Visitando invece Salussola, descrisse un rosso del paese come “eccellente”.

Il 23 aprile, visitando le risaie estese tra Vercelli, Novara e Pavia, annotò alcune interessanti considerazioni. Che il riso migliore richiede trenta minuti di bollitura, ad esempio. Ma anche che la maggiore qualità del riso piemontese è basata sulla qualità delle varietà di riso, diverse rispetto a quelle coltivate negli Stati Uniti. Jefferson si riempì dunque, si dice, le tasche del cappotto di riso, così come anche i bagagli, rischiando l’accusa di contrabbando. Per sicurezza pare ne consegnò anche alcuni sacchi a un pescatore ligure affinché lo portasse in America, come ammetterà anni dopo nelle proprie memorie: “Poggio, un mulattiere, che passa ogni settimana tra Vercelli e Genova, contrabbanderà per me un sacco di riso grezzo a Genova; è vietato esportarlo in quella forma”. Ma sembra che, una volta giunto negli Stati Uniti, il riso del Piemonte non abbia dato i risultati sperati. Gli statunitensi continuarono a coltivare un tipo di riso denominato “Carolina”, dal grano lungo, cristallino e sottile, meno gradito a quei tempi rispetto al grano grosso e tondeggiante delle varietà piemontesi.

Sempre a cavallo tra le campagne piemontesi e lombarde, Jefferson notò come fosse diffusa la prassi di produrre un formaggio al giorno d’estate e uno ogni due giorni d’inverno. La gente di campagna, scrisse il diplomatico, “si accontenta di un formaggio più povero, mentre il siero viene dato ai maiali”. Al ritorno in patria, nel 1790, portò con sé un cuoco francese e molte ricette di cucina francese e italiana, in particolare piemontese. Divenne abitudine, per il futuro presidente, servire ai suoi ospiti i migliori vini europei e stupirli con delizie come il gelato, il flambé di pesca, la pasta – ripiena e no – e gli amaretti. Fece anche un disegno di una macchina per i maccheroni, con la vista in sezione che mostrava i fori da cui la pasta poteva essere espulsa.

Non mancarono neanche commenti relativi agli usi e ai costumi delle popolazioni incontrate. Il 19 aprile, ad esempio, contestualmente alla visita di Settino, Chivasco, Ciliano, San Germano e Vercelli, Jefferson rifletté sul fatto che “Le donne qui battono sull’incudine, lavorano con la mazza e la vanga”, affermando anche che, rispetto alla gente di Francia, gli abitanti di questa regione fossero “mal vestiti”. Il 24 aprile, durante il suo giro a Voghera, Tortona e Novi, tra Lombardia e Piemonte, Jefferson notò come “donne, ragazze e ragazzi lavorano con la zappa e rompono le zolle con le mazze”.

L’amore di Thomas Jefferson per l’Italia e la sua cultura nacque senza dubbio prima del suo viaggio in Italia. Probabilmente il suo precoce e intenso studio del mondo classico e la sua profonda identificazione con la cultura romana giocarono un ruolo importante nel suo interesse per il Belpaese, poiché considerava gli italiani moderni come gli eredi della tradizione classica. Riempì le pagine del suo Commonplace Book con estratti di amati poemi della Roma augustea e trasse la sua ispirazione architettonica dalle ville romane e dai loro discendenti palladiani del XVI secolo. Per tutta la vita considerò l’agricoltura del tempo di Catone e Varrone come l’origine dell’allevamento moderno e un modello da seguire. Anche il nome che scelse per il suo frutteto in Virginia, Monticello, fu ispirato dalla lingua italiana.

Ma l’influenza che il Piemonte esercitò sulla figura di Jefferson travalicò gli aspetti puramente culturali: il padre fondatore a cui, anni dopo, sarà dedicato uno dei soli quattro profili scolpiti nel Monte Rushmore, rimase affascinato dall’urbanistica torinese. Interpellato dal presidente George Washington nell’ambito degli studi per la progettazione e la costruzione della nuova capitale americana, Jefferson inserì la mappa di Torino tra quelle proposte come modello per quella che diventerà, per l’appunto, Washington DC.

By Giuseppe Ripano

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