I fuochi di piazza Castello, tra la festa di San Giovanni e cerimonie reali

Pur essendo l’usanza dei fuochi nel giorno di San Giovanni di più recente invenzione, sin dal Seicento piazza Castello è deputata al lancio dei fuochi artificiali. Il testo seguente è tratto da “Testimonianze del barocco tra storia e evocazione”, di Rosanna Roccia, conservato presso l’Archivio Storico della Città di Torino. L’immagine riportata è invece una incisione di Giovanni Abbiati, su disegno di Gian Francesco Baroncelli, datata 1678, e rappresenta proprio una della macchine realizzate per i “Fuochi di gioia”.
Il Tempio delle Virtù. Fuochi di gioia in piazza Castello per il genetliaco della duchessa Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours

Tra Sei e Settecento la Torino barocca è palcoscenico di riti collettivi e di studiate celebrazioni che scandiscono i tempi della storia dinastica e le tappe salienti della vita cittadina. Lungo due secoli, la gioia e il pianto, la devozione e il divertissement sono il leitmotiv delle pubbliche occasioni, cui una organizzazione perfetta assicura la necessaria, stupefatta coralità. La stampa, per parte sua, perpetua il ricordo dell’effimero: sicché incisori e librettisti consegnano alla posterità immagini e racconti che illustrano l’evento e ne descrivono le “magnifiche invenzioni”.

Compleanni principeschi, matrimoni regali, centenari religiosi hanno un fattore di successo comune: i Fuochi di gioia, che di regola si tirano in piazza Castello, nel cuore della città. In quel luogo, al cospetto del sovrano, è eretta ogni volta “una non men magnifica che superba machina”, sempre diversa, da cui, per il diletto dei “contemplatori”, si sprigionano razzi reboanti, che -“vaga e stupenda cosa” – disegnano nel buio un tripudio di luci e di colori. La luce è essenziale alla festa.

Le nozze di principi e sovrani danno dunque origine a improvvise emulazioni della notte con il giorno: fervidi ingegni – ricordiamo tra tutti il grande Juvarra – inventano illuminazioni sontuose e fantastiche, che, mediante un mirabile gioco di lumi minuti, “grossi doppieri”, “piramidi ardenti, ed altri vaghi scherzi di fiaccole” sottolineano, evidenziano, esaltano le facciate “superbe” delle architetture, le torri, le cornici, i parapetti, le lesene, i capitelli, le fasce, gli archi, producendo incantevoli effetti “di bellissima simmetria”.

La festa barocca non è soltanto apoteosi del sovrano e dilettevole invenzione; anche la devozione e i sacri riti diventano talora pubblica rappresentazione. Tra le Feste religiose, quella anniversaria del Miracolo del SS. Sacramento, festa tutta cittadina, popolarissima, è celebrata “con estraordinaria magnificenza, per contraporsi con pietà sempre maggiore alla forza del tempo, che ogni pietosa memoria successivamente va cancellando”. Nel 1653, bicentenario dell’evento prodigioso, Emanuele Tesauro è l’inventore e relatore della festa indetta dalla municipalità, con il consenso paterno del sovrano.

L’invenzione, i simboli, le azioni – “nel mezzo della Piazza un’altissima Pira partorì tanti raggi di gioia e da questi nacquero tanti Fulmini, e Comete e Serpenti di fuoco” -colpiscono i sensi, ma non corroborano lo spirito, che scopre altrove la giusta dimensione e il silenzio necessario per meditare sul mistero.

By Redazione

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