La vita parrocchiale? Forse è una salvezza.

Ricordo quando partecipavo settimanalmente alla messa della domenica sera, una decina di anni fa, i primi anni del liceo. Mi piaceva andare a messa anche se, il lunedì sera, negli incontri dei giovani con il parroco, litigavo sempre con lui e mi divertivo a fare affermazioni che lo infastidissero; gli presentavo interrogativi morali pur essendo ancora inconsapevole di cosa fosse la filosofia morale, di cosa fossero i principi morali e di cosa fosse la bioetica. Mi divertivo a confutarlo, a fargli domande scomode e a risultare con una mia autonomia di pensiero, o meglio, con un pensiero sempre diverso dal suo e dall’istituzione che rappresentava. Eppure, la domenica alle 18, io e la mia amica Greta a messa ci andavamo volentieri. Attendevamo quel momento, quel rito, con entusiasmo e gioia. Ricordo che un senso di appartenenza alla comunità cattolica del nostro paese ci rassicurava, ci avvolgeva e ci rasserenava.

Negli anni le cose sono cambiate, sono stata fortemente critica verso la Chiesa  e non vado a messa da almeno otto anni, ma da un po’ di tempo a questa parte ho cominciato a guardare le Chiese e i loro fedeli con più attenzione e curiosità. Se andassi a messa adesso non lo vivrei come una perdita di tempo o come una noia, ma come un’indagine, un’esperienza esplorativa da cui cogliere qualcosa di interessante sui fedeli, sui sacerdoti e sulle preghiere recitate a memoria. Addirittura ho pensato di fare un’esperienza in monastero, per capire come vivano i monaci nel 2021. Sogno un’esperienza di una o al massimo un paio di settimane in un monastero non per farmi monaca, ma perché sono curiosa di capire cosa sia rimasto dell’ “ora et labora” benedettino nel 2021 e, soprattutto, quali siano gli strumenti che i monaci mettono in pratica per tenere fuori dalle porte del monastero la velocità supersonica del mondo in cui viviamo e la tecnologia che è la nuova divinità pagana a cui l’intero mondo si affida  e da cui è persuaso. Inoltre, sono interessata a comprendere il ruolo pratico che il denaro ha nella vita monastica contemporanea.

Le cose nel tempo sono cambiate perché quando di anni ne hai sedici, diciassette e diciotto, dire che vai a messa fa un po’ sfigato e poi, onestamente, tutti quegli imperativi morali conservatori e rigidi non solo non ti vanno più giù, ma ti rendi conto di quanto abbiano segnato la formazione della tua persona, non sempre in bene. Penso ad esempio al senso di colpa, che mi pare sia ben radicato e presente in chiunque si sia fatto sedurre dall’accoglienza parrocchiale per un po’ troppo tempo, me compresa.

Quindi, a sedici, diciassette e diciotto anni, il calore avvolgente e rassicurante lo cerchi nelle amiche e nelle rituali uscite con loro. Inoltre, in piena adolescenza, accantoni alcuni interrogativi morali perché sei preso più che mai dalle questioni contingenti e passeggere, spesso anche irrilevanti, che la vita quotidiana ti propone e il senso della vita ti pare stia tutto lì, ti pare sia senza Dio, ti pare stia nel problema effimero della giornata che vivi e di essere visionario poco ti importa.

All’università mi sono iscritta a Filosofia ed è cambiato tutto. Questioni come il senso della vita, la paura della morte, il valore del tempo e altre questioni esistenziali mi hanno travolta senza possibilità di scampo, senza via di fuga. Mi hanno colta impreparata perché non subivo il peso del loro richiamo da troppi anni, quindi ho dovuto fare i conti con turbamenti inaspettati e sconosciuti.

Ho fatto un percorso universitario estremamente laico, con maestri di bioetica che mi hanno stravolto il modo di pensare, mi hanno aperto la mente e scardinato da molte visioni tradizionali con cui quasi tutti gli italiani sono cresciuti. Ho fatto una tesi con il bioeticista laico più famoso d’Italia, il Professor Maurizio Mori, che con la sua estrema intelligenza e con un po’ di cinismo mi ha insegnato a pensare e ad argomentare, mi ha smontata e rimontata. Ho fatto la tesi sulla gravidanza per altri e ho provato, così, a desacralizzare la maternità, come i sensi di colpa nel dirlo e nel scriverlo qua a chiare lettere. Eppure qualcosa di magico, ripensando a quel periodo in cui andavo a messa, è rimasto in me. Forse è uno strascico di nostalgia per un periodo in cui tutto era più semplice, perché a quindici anni sei egoista e ci sei solo tu, del resto poco importa; a quindici anni anche le questioni morali che affronti con il parroco sono alleggerite dal modo inconsapevole di affrontare la vita tipico degli adolescenti, sono esercizi di pensiero confinati all’ora dell’incontro, che rimangono tra le pareti della parrocchia e che, quando esci di lì, non vengono con te.

Ora di anni ne ho venticinque e mi sento adulta e troppo consapevole, ma spesso impotente di fronte alle difficoltà della vita in un mondo tanto difficile, precario, fragile e schiacciato da forze naturali, virali, politiche ed economiche incontrollabili. La condizione di impotenza implica inevitabilmente una sensazione di solitudine ed ecco perché la mia mente è tornata ai tempi in cui frequentavo la Chiesa. La forza della vita parrocchiale sta nel combattere lo stato umano di impotenza e di solitudine con l’affidamento a un’entità superiore e protettiva, Dio, e nella vita comunitaria, caratterizzata non solo dalla messa, ma anche dall’oratorio, dai campi estivi e dalla rete di persone che si impegna perché tutti i rituali funzionino bene.

Con questo articolo, chiaramente, le mie posizioni morali laiche non cambiano e non inizierò ad andare a messa da domani, ma è da un po’ che ho smesso di giudicare chi lo fa e ho iniziato a comprenderne le ragioni, in questo periodo storico più che mai.

 

By Eleonora Biscola

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