Ostana, la cultura occitana sotto lo sguardo del Re di Pietra

#borgochevai, la nostra rubrica dedicata ai piccoli centri urbani del Piemonte: tra borghi più belli d’Italia e perle ancora nascoste al turismo di massa, un viaggio alla scoperta di culture, sapori e tradizioni.

Davanti al municipio di Ostana, piccolo comune dell’Alta Valle Po, sventola la bandiera occitana: segno di una lingua e di una tradizione che non si vogliono perdere, soprattutto in tempi di omologazione culturale come i nostri. Nuto Revelli ha definito la montagna “il mondo dei vinti”. E ci vuole solo la testardaggine, la fierezza, la capacità di sognare dei pochi che sono rimasti a viverci, per invertire la rotta, resistere allo spopolamento e trovare validi motivi di esistenza senza dover aspettare i villeggianti estivi. La comunità di Ostana si è già messa in cammino sulle sue montagne amate: ha risistemato la fitta rete di strade che collegavano le varie borgate, messo i cartelli segnaletici nei punti più caratteristici, recuperato le tradizioni occitane e, soprattutto, è tornata ad amare la sua terra. Così, ogni elemento di degrado è bandito. La cura nel recupero delle antiche abitazioni in pietra e legno, con i tetti in losa, ha fatto diventare il paese sparso un modello di architettura alpina, grazie anche all’architetto che ha concepito questo laboratorio en plein air. Tutti vedono nelle ristrutturazioni e nelle nuove edificazioni come si possa rispettare l’anima della montagna. Ci vorrà tempo per chiudere le ferite, ma a Oustano si è cominciato.

Ostana è un piccolo paese di borgate sparse, in posizione panoramica sul versante soleggiato della Valle Po, con vista splendida sul gruppo del Monviso. Nella parte più bassa il fiume Po, appena nato, lambisce il suo territorio. Il modo più semplice per conoscere questo angolo alpino di Occitania è fare il giro completo delle borgate: servono almeno quattro ore di cammino e in inverno è meglio portarsi dietro le racchette da neve. Ovunque si ammirerà la sapienza dell’architettura spontanea che fonde il legno con la pietra e mette alle case un cappello robusto di tetti di lose. Tutto è bello e funzionale, e stringe il cuore vedere l’abbandono di abitazioni e forni comunitari, muri a secco e strade ciottolate, cappelle e piloni votivi. Questa era una montagna popolata, con le grosse lastre di pietra che delimitavano terreni tutti coltivati. Oggi questo immenso patrimonio aspetta di essere sottratto all’oblio.

Il percorso può iniziare dal capoluogo La Villo (villa in italiano), sede del Municipio. Da qui, dopo un centinaio di metri, ci s’immette sulla strada comunale che conduce alla borgata Champanho (Ciampagna) tra aceri e frassini e alti muri in pietra a secco. In estate la strada è macchiata dal colore rosa dei garofanini. Superate le poche case dei Marquét (Marchetti) la strada si inoltra in una faggeta, mantenendo sempre la vista sull’imponente piramide del Monviso. Dopo Champanho, superati due fiumiciattoli, si incontrano numerose piante di maggiociondolo, un ramoscello del quale era posto sull’architrave della porta della stalla come segno di augurio. Qui dominano le betulle e i larici, con sottobosco di lamponi e mirtilli.

Si oltrepassano altri piccoli nuclei disabitati, finché si arriva alle due borgate di La Ruà (Bernardi) e Miribrart (Sant’Antonio). Quest’ultima è forse la più caratteristica, con le sue case addossate le une alle altre e gli insediamenti stagionali in quota, chiamati le mèire, con i pascoli sospesi tra rupi e valloni. I muri perimetrali delle case di Miribrart, che poco alla volta vengono recuperate (c’è il progetto di crearvi un albergo diffuso e un eco-museo dell’architettura alpina), conservano spesso la grossa pietra (pèiro dal milezim) su cui è incisa la data di costruzione dell’edificio: ce ne sono anche dei primi dell’Ottocento, ma l’insediamento è di gran lunga più antico.

Proseguendo per tornare a La Villo, s’incontra San Bernardo, nella cui chiesetta è stato riportato alla luce un pregevole affresco medievale. Prendendo invece la strada per Samicoulàou (San Nicolao), capita di notare alcune barme, ripari sotto roccia utilizzati come celle per il latte o riparo di bovini. Siamo già sul secondo percorso, quello delle mèire (tre ore di camminata), che al Pion da Charm, a 1635 metri d’altitudine, incrocia il terzo itinerario che consigliamo, quello dei pascoli, vale a dire il tracciato dei tratturi utilizzati dal bestiame per raggiungere i pascoli comunali e per il ritorno serale.

Il panorama, salendo di quota, si fa sempre più spettacolare: a Punta Sellassa (2036 m) tutta la catena alpina con il Monviso, il Rosa, il Cervino, si dispiega davanti ai nostri occhi, tra il manto blu delle viole o il rosa del trifoglio alpino. Naturalmente questo itinerario è il più impegnativo (sei ore di trekking), ma anche senza salire lassù è possibile trovare la pace tra una malga e un alpeggio, vedendo la montagna al lavoro, parlandone la lingua: oltre il mondo dei vinti.

By Redazione

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