Il circuito tra le nuvole. Storia della pista sul tetto del Lingotto

Un vero e proprio manifesto del futurismo, un “monumento della civiltà in movimento”, come lo definirà l’architetto Marco Pozzetto nel 1975. Una pista su cui è passata la storia dell’automobilismo internazionale, e che ora si prepara a rinascere all’insegna dell’architettura green. dell’architettura green.

Con la sua struttura in cemento armato impostata su una maglia di pilastri della larghezza di ben sei metri per sei, rampe elicoidali alle estremità dell’edificio e pista di prova delle autovetture sul tetto, il Lingotto divenne in brevissimo tempo uno dei principali esempi italiani di modernità architettonica, tanto da essere indicato da Le Corbusier, nel libro Vers une architecture, come “uno degli spettacoli più impressionanti che l’industria abbia mai offerto“.

Dopo la costruzione dei primi stabilimenti, in corso Dante, alla neonata Fiat appare chiara la necessità di costruire un unico edificio per poter razionalizzare la produzione. Viene così individuata un’area, all’epoca quasi disabitata, nella parte meridionale della città, e si provvede alla costruzione del raccordo ferroviario. Dal 1912 il progetto inizia a prendere forma. A stenderne la versione definitiva e firmarlo è l’ingegnere Giacomo Matté Trucco (1869-1934). Attribuirne la paternità ad un unico autore è tuttavia difficile: Trucco, esterno alla Fiat, assume ruoli diversi, ma non ininfluente è il lavoro di altri ingegneri e architetti come Francesco Cartasegna e Vittorio Bonadè Bottino.

Ci vuole un anno affinché si avvii costruzione dell’Officina di Smistamento, nella parte sud dell’area. Seguono le Nuove Officine, il corpo principale sviluppato su cinque piani con manica doppia e corti chiuse, impostato sulla maglia modulare definita dal telaio-tipo in cemento armato, illuminato da grandi vetrate. Il nuovo stabilimento di produzione di automobili rimpiazza i resti dell’antico podere ormai diroccato dei nobili Robilant: l’allora borgo circostante viene investito da un radicale processo di rinnovamento, trasformandosi da luogo rurale a uno dei più celebri quartieri operai d’Italia.

Ma è nel 1919 che prende forma uno dei luoghi simbolo della struttura e di tutta Torino: la pista di prova sul tetto, lunga circa un chilometro e mezzo e progettata per sostenere il collaudo simultaneo di 50 automobili. Due rettifili da 443 metri e due curve paraboliche (studiate in tal modo da poter essere effettuate velocità fino a 90 km/h, quando al tempo la velocità di punta delle automobili arriva di 70 km/h) con un muretto di protezione alto un metro e mezzo.

Per raggiungerla le vetture percorrono la rampa elicoidale settentrionale, costruita nel 1926. A questa si aggiunge successivamente quella meridionale, inserita nell’edificio che collega le Nuove Officine all’Officina di Smistamento. L’organizzazione dello spazio produttivo ricalca quella lineare degli stabilimenti statunitensi, dove la costruzione delle vetture procede dal basso verso l’alto secondo un ciclo specializzato e integrato.

È il simbolo della corsa alla modernizzazione dell’azienda torinese in quegli anni, ma è anche il simbolo di un potere industriale ed economico con cui il fascismo dovrà fare i conti per tutto il ventennio. Un circuito che, ultimato nel 1921, pare destinato subito a suscitare stupore e meraviglia: una sorta di terrazza protesa verso le Alpi, considerata un vero e proprio manifesto del futurismo, un “monumento della civiltà in movimento”, come lo definirà l’architetto Marco Pozzetto nel 1975.

Il nuovo stabilimento è ormai pronto ad entrare nel pieno dell’attività produttiva e, il 22 maggio 1923, viene inaugurato alla presenza del Re Vittorio Emanuele III: da questo momento in poi “l’automobile Fiat si fa al Lingotto, un nome questo che oramai in tutto il mondo vuol dire Fiat”. È con queste parole che una pubblicazione fascista celebrativa delle glorie e del lavoro del Piemonte nel decimo anno del regime, descrive la grandezza del Lingotto, una struttura che comprende oltre alla Palazzina degli Uffici, svariati fabbricati destinati ad ospitare le diverse lavorazioni: le officine per la costruzione di automobili, le tettoie per fucinatura, stampaggi, trattamenti termici e lavorazioni diverse (meccaniche trafilerie, segherie, lavorazione legnami), magazzini, carrozzerie, reparti di fonderia e un grande scalo ferroviario per il trasporto dei materiali e la spedizione delle vetture. Per la Fiat è il passaggio al mondo della grande industria automobilistica d’ispirazione statunitense, per far fronte alle nuove sfide del mercato internazionale.

Negli anni successivi sempre più modelli di auto salgono sul circuito sospeso del Lingotto per il collaudo. Nel 1937 la produzione – tra cui le celebri Torpedo, Balilla, Topolino e la sportiva X 1/9, con la rivoluzionaria posizione centrale del motore – raggiunge le 54.931 unità. Ma la guerra è alle porte.

Il circuito è, tra le anime dell’edificio, la prima a pagare il prezzo dei bombardamenti a partire dal 1942. Come attesta una domanda di indennizzo dei danni di guerra redatta dalla Fiat il 3 marzo del 1961, “durante le incursioni aeree del 4 febbraio, 17 agosto, 8 novembre e 1 dicembre 1943 e del 3 gennaio, 29 marzo e 4 giugno 1944, l’intero stabilimento fu colpito da bombe dirompenti e spezzoni incendiari che danneggiarono, distrussero o resero inservibili le varie attrezzature, gli impianti, le materie prime, le merci in lavorazione, i materiali e i prodotti finiti presenti nei diversi reparti e locali sinistrati”, rendendo necessaria per molti fabbricati, alla fine della guerra, una ricostruzione lenta e minuziosa.

Nel dopoguerra, completato il trasferimento a Mirafiori delle grandi produzioni in linea, il Lingotto è utilizzato per la produzione di elettrodomestici come frigoriferi e lavatrici (fino alla metà degli anni Cinquanta) e come Officina Sussidiaria Automobilistica fino al 1982 quando, dopo una politica di graduale diminuzione della manodopera, la Fiat decide di chiudere lo stabilimento.

Il canto del cigno del “circuito tra le nuvole” risale tuttavia a tredici anni prima: nel 1969 qui viene girata la celebre scena d’inseguimento del film The Italian Job (Un colpo all’italiana), diretto da Peter Collinson, inserito dal British Film Institute al 36º posto della BFI 100, la lista dei migliori cento film britannici del XX secolo.

Il film nasce da un’idea del fratello dello sceneggiatore Troy Kennedy-Martin, e deve essere, nelle intenzioni iniziali, un semplice sceneggiato televisivo per la BBC ambientato interamente in Inghilterra. L’ambientazione italiana della pellicola è un’idea di Troy Kennedy-Martin, la cui sorella vive a Milano da molti anni. La pellicola si dovrebbe infatti girare nel capoluogo lombardo, ma qui la produzione incontra molti problemi in fase di sceneggiatura, soprattutto per quanto riguarda i permessi circa l’enorme ingorgo automobilistico che si verrebbe a creare nel centro della città. Quando si viene a conoscenza del centro di controllo computerizzato del traffico (all’epoca, tra i primi sistemi del genere in Europa) di cui è dotata Torino, gli sceneggiatori decidono di spostare la location sotto la Mole.

La celebre scena dell’inseguimento sul tetto del Lingotto nel film The Italian Job

All’epoca la British Motor Corporation (la casa automobilistica produttrice delle tre Mini Cooper protagoniste del film) non intuisce le possibilità commerciali che può offrire la pellicola, a differenza della FIAT: quando la casa italiana viene a conoscenza dell’opera contatta la produzione offrendo la somma di 50 mila dollari per sostituire le tre Mini con tre 500 dotate di turbocompressore, rendendosi inoltre disponibile a fornire anche tutte le auto di altre marche di cui necessita il film. La produzione tuttavia declina l’offerta, motivando il rifiuto con il fatto che “il film era uno scontro tra noi – gli inglesi – e loro – gli italiani –, dovevamo dimostrare che noi eravamo intelligenti e loro sciocchi”.

La pista del Lingotto, il cui accesso è libero, è spesso utilizzata per mostre e manifestazioni di auto d’epoca, e l’inizio della sua ristrutturazione risale al 2011. Oggi il tetto della più celebre fabbrica torinese si prepara a rinascere grazie alla costruzione del più grande giardino pensile d’Europa. Un giardino con spazi verdi, un ristorante, un museo e piste ciclabili, che doterà la città di Torino di una High Line Park sul modello di quella presente a New York.

By Redazione

Related Posts