La chiesa di San Gaudenzio a Baceno, un gioiello che attraversa i secoli

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La Chiesa di San Gaudenzio di Baceno è senza dubbio uno dei principali simboli storio-religiosi della Valle Antigorio, ma anche di tutto il territorio dell’Ossola e dell’intero Alto Piemonte. Il complesso monumentale è uno dei più grandiosi della valle, addirittura sproporzionato rispetto alle dimensioni del piccolo borgo che lo ospita. Uno scrigno, che custodisce veri e propri capolavori al proprio interno, che ne fanno una delle più floride e belle chiese di montagna di tutte le Alpi.

Inquadrare il complesso entro uno specifico stile architettonico è impossibile. La chiesa è infatti frutto di continui ampliamenti e rifacimenti, nonché indissolubilmente legata alle vicende politiche della valle. I primi documenti che testimoniano l’esistenza di una primitiva cappella, risalgono ai primi anni del 1000. Il primo edificio, a pianta rettangolare, era ubicato ove attualmente vi è il presbiterio. Costruito in romanico lombardo, fu dedicato a S. Gaudenzio, primo vescovo di Novara (337-417).

Il primo ampliamento va collocato fra il XII e il XIII secolo. Non essendovi spazio sufficiente, fu mutato l’orientamento, da est a sud, edificando quella parte che oggi è la navata centrale (comprese due navatelle) e la facciata romanica compresa fra le due lesene. Nel 1326, ove era situato l’accesso alla primitiva cappella, il chierico Signebaldo de Baceno figlio di Giacomo eresse la “Cappella della Madonna”.

Alla fine del XV secolo si avvertì la necessità di un nuovo ampliamento e di un abbellimento della chiesa che vennero realizzati mediante la riduzione dell’ampiezza della navata centrale e il successivo ampliamento in larghezza con la creazione delle navate laterali, in stile gotico. L’occasione fu data nel 1486 dal matrimonio di Bernardino de Baceno, valvassore imperiale di Antigorio e Formazza, con la nobildonna Ludovica Trivulzio, figlia di Antonio Trivulzio, rappresentante del duca di Milano in Ossola Ebbe anche inizio la stesura degli affreschi che furono completati solo nel 1542 con la grande Crocifissione sulla parete di destra del presbiterio.

A partire dall’ultima decade del Cinquecento, in conseguenza delle nuove norme dettate dal Concilio di Trento, l’interno della chiesa fu soggetto a nuovi interventi tali da modificarne sensibilmente la struttura. Nel 1522-23 avvenne la costruzione del campanile; nel XVII secolo furono trasformati gli altari laterali; chiuse le grandi finestre bifore e aperte nuove ai lati dei quattro altari. Nel 1628 fu costruita la Cappella della Confraternita del SS. Sacramento. Nel 1696 fu abbattuta la parete di fondo, vennero costruiti una nuova abside, il coro e la nuova sagrestia. A metà Ottocento venne restaurata e parte degli affreschi vennero ritoccati. E infine, nel 1914, avvenne la costruzione della cappella esterna.

La splendida facciata romanica è interamente in pietra, e il portale centrale è sovrastato da un rosone. Sulla destra campeggia un enorme San Cristoforo dipinto nel 1542. Il campanile è a base quadrata col lato di sette metri; i muri sono spessi due metri, dentro i quali sale la scala. La torre è alta 31 metri e la cuspide ottagonale, aggiunta nel XVII secolo, misura 19 m. Un elemento tipico dell’ingresso di chiese romaniche è la rappresentazione dell’albero della vita, solitamente raffigurato con foglie di vite e grappoli d’uva: non manca qui a Baceno decorato con motivi floreali misti, di fiori e foglie.

La Cappella della Madonna (ora del Rosario) è situata in fondo alla navata destra ed è artisticamente considerata la parte più pregevole ed antica della chiesa. Costruita con le volte a costoloni nel 1326 sfruttando il corpo edilizio formato dalla gradinata e dal ripiano che consentiva l’ingresso nella primitiva cappella, i suoi affreschi sono tutti dedicati alla vita della Madonna.

I dipinti sono stati gravemente danneggiati quando agli inizi del ‘700 si volle trasformare la cappella della Madonna in cappella del S. Rosario, inserendo due armadietti barocchi per la conservazione delle reliquie. Sotto l’armadietto di destra è ancora visibile la parte inferiore di un precedente affresco dedicato a S. Antonio Abate. Nessuna firma e nessun documento consentono di individuare con certezza l’autore di queste opere (forse i Cagnola), databili alla fine del Quattrocento.

Sull’imponente pilastro di sinistra, prima di accedere alla cappella dedicata alla Madonna, si presenta un affresco con una Madonna in trono che sorregge il figlio, opera del XIV secolo in stile tardo gotico. Mentre nella parte di affresco sotto i piedi, sono rilevabili alcuni graffiti con date del XVI secolo. Sopra l’arco che immette al presbiterio è affrescata una singolare serie di “ex voto” e sull’intradosso un’Annunciazione dei Da Campo, del 1509. Nel presbiterio, sulla destra, una grande Crocifissione opera del 1542 di Antonio Zanetti detto il Bugnate; al di sotto le figure di Adamo ed Eva; sulla volta a botte è rappresentato il Drago dalle sette teste dell’Apocalisse.

L’osservatore comune spesso non sa spiegarsi perché mai le Sibille, profetesse del paganesimo, siano entrate a far parte di certe costruzioni teologiche del cristianesimo. E non mancano infatti nemmeno qui nella Parrocchiale di San Gaudenzio. Sappiamo infatti dai passaggi biblici che le Sibille sono state inserite nelle basi della cristianità. I Padri della Chiesa, a cominciare dal Pastore di Erma fino a S. Clemente Alessandrino, a Origene, a Lattanzio e a Sant’ Agostino, non solo non dubitarono dell’esistenza delle Sibille, ma le considerarono inconsapevoli profetesse dell’avvento di Cristo, fino a che, specie nel Medioevo, non furono addirittura equiparate ai Profeti biblici. Lo testimonia un noto verso del Dies irae: “teste David cum Sibilla”. Cioè, il Profeta David e la Sibilla sono elevati al ruolo di testimoni nel giorno del Giudizio universale.

Di qui l’enorme fortuna delle Sibille nell’arte cristiana che le raffigurò più volte nel Medioevo e nel Rinascimento, fino all’arte suprema di Raffaello, che le dipinse nelle Stanze Vaticane, e di Michelangelo, che le rappresentò nella Cappella Sistina. A ogni Sibilla si attribuiva un detto profetico, riferito a Cristo o alla sua Vergine Madre. Ad esempio, alla Sibilla Ellespontica veniva messo in bocca questo vaticinio: “Una vergine, predestinata dalla divinità, partorirà un figlio sfolgorante di luce”; l’Eritrea (proveniente da Eritre, nell’ Asia Minore), avrebbe pronunciato questa frase: “Dal cielo verrà un futuro re dei secoli, che una vergine ebrea, di nobile stirpe, porterà” e la Cumana, la più celebre di tutte per essere entrata nel poema di Virgilio, avrebbe così profetato: “Allora Dio, dall’alto Olimpo, invierà un re, e una sacra vergine nutrirà col suo latte il re dell’eterna milizia”. Il fatto è rivelatore di una profonda concezione cristiana, che intende coinvolgere nell’avvento di Cristo tutta la storia, sacra e pagana.

By Redazione

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