Il conto dei conti

Non abbiamo ben capito le ragioni del tono trionfale adottato da Rosanna Purchia nell’annunciare il ritorno alla normalità con Regio Opera Festival, rassegna estiva dell’ente lirico torinese con il quale si recuperano titoli di una stagione, quella scorsa, che il Covid ha demolito sin quasi alle fondamenta. Come se, e magari così fosse, la tempesta al Regio fosse bell’e passata nel giro di otto mesi di commissariamento, e dal groppone della fondazione di piazza Castello fossero scomparsi di punto in bianco i trenta milioni di euro di debito pregresso.

Ora, con la Purchia non vorremmo essere ingenerosi: ci piace, e la reputiamo una figura in grado di guidare il Regio anche a secondo semestre di commissariamento concluso. Ma abbiamo avuto l’impressione – e ci auguriamo di essere in errore – di un incauto ottimismo da parte della commissaria di ferro. Che l’imminente ritorno alla normalità sia fatto scontato, è tutto da vedere.

Così come ci auguriamo di essere in errore nel nutrire riserve circa la mancata risposta della commissaria nei confronti della domanda postale quest’oggi, a margine della conferenza stampa di presentazione di Regio Opera Festival, da Paolo Morelli del Corriere: quale budget per la rassegna estiva? Purchia ha glissato, invitandoci a parlare in questi giorni e nei prossimi mesi della bontà del regio progetto, e tornare sull’argomento a festival concluso. Ricordandoci, peraltro, come per fare i conti sia necessario attendere le entrate di biglietteria degli spettacoli: dettaglio di cui siamo del tutto coscienti, ma che non risponde alla domanda.

Chieder chiarimenti circa il conto spese non è faccenda da ragionieri della domenica, ma dimostrazione di deferenza nei confronti dalla cosa pubblica e del pubblico denaro. Se il Regio è dovuto ricorrere a un commissario straordinario, d’altronde, lo deve alla trascuratezza riservata ai bilanci perlomeno negli ultimi dieci anni, e probabilmente anche più. E, in caso non si tratti di pubblico denaro, ma di finanziamenti delle fondazioni bancarie, allora non capiamo il motivo di tanto mistero.

Noi l’invito rivoltoci da Purchia lo accogliamo, e lo accogliamo a braccia aperte: il Regio lo sosterremo in futuro tanto quanto abbiamo fatto in passato. Ma non basta una certa vena retorica tipicamente sabauda, dalla quale auspichiamo che Purchia non si sia fatta contagiare, a farci dimenticare i dubbi che legittimamente coviamo dopo anni di malgoverno (certo non imputabili all’attuale commissaria).

Ora, in prospettiva dell’Opera Festival che sarà, vorremmo far partecipe il lettore di certe nostre minute considerazioni, che scriviamo senza alcuna speranza d’essere ascoltati.

La prima, chiara bene o male a tutti, è che i nomi in cartellone non provengono dagli stati maggiori della lirica e del concertismo internazionale. Tra loro v’è qualcheduno di interessante, non lo neghiamo (il ritorno dei due protagonisti del mutiano Così fan tutte si annuncia gradevole), ma di nomi di peso nessuna traccia. E lo capiamo, bisogna fare economia. Abbiamo più volte scritto che la terapia Purchia sarebbe stata amara, ma necessaria al paziente convalescente. E se per certi lavoratori del teatro certamente lo è già stata, oggi possiamo dire che è amara anche per il pubblico. Quello più esigente, almeno. A rasserenarci è la prospettiva di un futuro in crescendo, magari sin dalla stagione in partenza quest’autunno. Anche perché più in basso sarebbe difficile andare.

La seconda è che resta da capire se si tratti di un festival nato morto o nato in camicia. Vale a dire, se l’intenzione sia renderlo un appuntamento fisso negli anni a venire – sul modello del Torino Classical Music Festival, fino al 2016 di stanza in piazza San Carlo, che tuttavia aveva due pregi: coinvolgere più istituzioni musicali locali e impiegare gli spazi urbani comuni – o se sia stato pensato come ripiego di una stagione condizionata dalla pandemia.

La terza: accogliamo non senza una certa, misurata, soddisfazione la decisione del Regio di uscire dai tradizionali confini dell’edificio di piazza Castello. Ma non è certo una decisione sufficiente a promuovere a pieni voti l’iniziativa ancor prima che inizi: più coraggio avrebbe mostrato la dirigenza dell’ente lirico portando en plein air la grande musica. Dal coperto parco Dora al Valentino, i luoghi adatti a ospitare manifestazioni di questo genere – sul modello di quanto regolarmente viene fatto a Central Park e di quanto fece un certo Abbado fresco di nomina a Berlino – a Torino non mancherebbero.

Infine, anche oggi non si è persa occasione per ricordare come l’obiettivo del cartellone sia avvicinare nuove fasce di pubblico. Al Regio certamente conosceranno i loro polli, ma altrettanto bene noi conosciamo i nostri: e possiamo garantire, al Regio come al resto d’Italia, che per avvicinare le nuove generazioni di questo Paese musicalmente analfabeta alla “classica” non servono (solo) opere brevi e prezzi scontati. Servono i John Williams, con buona pace dei puristi.

By Nicola Decorato

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