“Eroico, cosa c’è di più bello su questa terra?”. Storia della parete est del Rosa, l’himalayana

L’alpinista piemontese Flavio Migliavacca è l’ultimo della lunga serie di morti sulla parete est del Monte Rosa: terrificante, spettacolare, “eroica” nella descrizione che ne fornì Mario Soldati, è la sola di tipo himalayano in tutte le Alpi. E ha alle spalle una storia di trionfi e tragedie.

L’alpinista e snowboarder Flavio Migliavacca, 32 anni appena compiuti, è morto venerdì mattina precipitando per oltre mille metri dalle rocce del Monte Rosa. L’alpinista si trovava insieme ad un trentasettenne lungo la via Brioschi. Dopo la salita i due stavano scendendo con lo snowboard, quando, intorno alle 11, il Migliavacca è precipitato in un punto in cui si stava probabilmente calando con una corda, alla base del lenzuolo di neve sotto la cima della Punta Nordend.

L’alpinista piemontese è soltanto l’ultimo della lunga serie di vittime mietute dal temibile versante della montagna al confine tra Italia e Svizzera che affaccia sul placido borgo piemontese di Macugnaga. La monumentale e spettacolare parete est Rosa, la più alta e l’unica di tipo himalayano di tutte le Alpi, sovrasta e domina la frazione di Pecetto, ai suoi piedi: i quasi tre chilometri di dislivello (e parliamo della sola parete) e i quattro chilometri di larghezza la rendono uno spettacolo insieme terrificante e sublime che ha pochi eguali in Europa.

Herzog di ritorno dalla conquista dell’Annapurna

Uno spettacolo che non a caso ha attirato, nel corso dei decenni, la crema dell’alpinismo mondiale. Qui, non a caso, vennero ad allenarsi Walter Bonatti e i suo compagni in preparazione della spedizione che li condurrà sulla cima ancora inviolata del K2, la seconda vetta più alta al mondo – e probabilmente la più difficile in assoluto – dopo il più abbordabile Everest.

Qui, dopo due anni di degenza in ospedale a causa dei congelamenti riportati sull’Annapurna (la montagna più mortale, con un tasso di scalatori deceduti pari al 40%), venne Maurice Herzog, forse la figura più eroica nella storia dell’alpinismo. Una carriera – e una vita – da rilanciare: e così, insieme a Lachenal, Herzog si misurò con il proibitivo versante ossolano del Rosa, senza le dita di mani e piedi, ormai amputate. A vetta conquistata, nel corso della discesa Herzog precipiterà in un crepaccio, rimanendo straordinariamente incolume.

I nomi che hanno scritto la storia della est del Rosa sono anche i nomi che hanno scritto la storia dell’alpinismo: Ludwig Purtscheller, Emil e Otto Zsigmondy, Alexander Burgener (la grande guida di Albert Frederick Mummery), Luigi Bonetti, Giusto Gervasutti.

Sulla cresta del Rosa si stagliano alcune delle più alte vette dell’arco alpino: Punta Gnifetti, Punta Zumstein, Punta Nordend e infine Punta Dufour, che con i suoi 4.638 metri è la più alta del massiccio del e la seconda di tutte le Alpi dopo il Monte Bianco. Da questa grande parete scendono enormi flussi di ghiaccio che confluiscono in un’unica lingua glaciale, il Belvedere, uno dei ghiacciai più affascinanti dell’intero arco alpino.

Immane, alto fino a metà del cielo, ecco il massiccio del Rosa, con i suoi bianchissimi ghiacciai e le sue pareti di roccia nera. Non diverso è lo spettacolo dell’Himalaya. Lo guardiamo tra le lacrime. Che cosa c’è di più bello su questa terra? Il monte Rosa visto da Macugnaga è eroico”. Così scrisse Mario Soldati la prima volta che vide la parete Est, l’himalayana. Di himalayano, oltre all’imponenza e al fascino, la Est del Rosa ha anche la pericolosità: i seracchi sospesi a ridosso della Punta Zumstein rappresentano uno tra i punti più temibili delle Alpi.

Via Brioschi, sulla parete est, per la punta Nordend

La storia della parete è anche una storia di tragedie, come da tradizione del grande alpinismo mondiale. Tra i grandi scalatori del Rosa vi fu Ettore Zapparoli, che dopo aver aperto in solitaria una nuova via direttissima al colle Gnifetti e una nel famoso, sinuoso e pericoloso canalone centrale della parete, nel 1951 scompare sulla parete in un tentativo di ascensione della punta Zumstein, sull’ancora inviolato versante est. Sembra che Zapparoli avesse avuto un presentimento dell’incidente, tanto che prima della partenza disse “vado a morire sul Rosa”. Il corpo fu ritrovato solo nel 2007.

Decenni prima, l’8 agosto 1881, avevano perso la vita tre alpinisti: Damiano Marinelli, alla cui memoria sarà dedicato l’omonimo canalone, e le guide Ferdinand Imseng, autore della prima ascensione, nove anni prima, e la guida valtellinese Battista Pedranzini, uccisi per la caduta di una enorme valanga. Unico superstite il portatore Alessandro Corsi, che scese a dare l’allarme a Macugnaga. Il clamore che provocò questa tragedia contribuì ad alimentare la fama di parete delle valanghe che non abbandonò più la parete est della montagna.

By Giuseppe Ripano

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