Fare i conti

Alle scuole elementari ce lo insegnano, impariamo a fare i conti con numeri che ci sembrano entità astratte con il solo obiettivo di arrivare il lunedì mattina con i compiti di matematica svolti, ché se prendiamo la nota non possiamo andare al compleanno dell’amichetto e ci dispiace assai.

Alle scuole medie ci troviamo a maneggiare i numeri non solo per risolvere i problemi di matematica, sempre più difficili, ma anche per gestire quel mucchietto di denaro settimanale, che una volta si chiamava paghetta e che al massimo serve per qualche uscita pomeridiana in cui, che io ricordi, più che il gelato e le caramelle, poco altro si acquistava.

Alle scuole superiori i conti si fanno più complessi, non solo perché le lezioni di matematica non sono più quelle sulle divisioni in colonna e iniziano a presentare sistemi di disequazioni di secondo grado parecchio ostici, ma perché i conti bisogna farli anche con altro. Alle scuole superiori i conti bisogna farli con il proprio corpo, che cambia e va in direzioni talvolta impreviste e spiazzanti, quando non imbarazzanti; bisogna farli con gli altri, perché per la prima volta si riflette sulla relazione tra sé e gli altri, cercando di capire quale sia il proprio ruolo nel gruppo, cosa ti piaccia fare e con chi ti piaccia stare. Alle superiori i conti bisogna farli con i genitori, così presi dalla vita frenetica e concitata, che non capiscono a volte cosa ci frulli per la testa, cosa viviamo fuori dalle mura di casa, perché siamo imbronciati o non riusciamo a concentrarci bene quando studiamo Platone, che è anche così difficile da capire, con tutte quelle parole strane e mai sentite prima.

Poi arriva l’ultimo anno di superiori, in cui per la prima volta i conti vanno fatti con la parola futuro, che magari prima ci sembrava anche bella da pronunciare, ci faceva sentire grandi, ma mentre si sta preparando l’esame di maturità pensare anche a chi vogliamo essere dal mese successivo fino alla fine dei nostri giorni diventa davvero faticoso. Che poi, tutti vogliono da noi le idee chiare, tutti ci chiedono cosa vogliamo fare da grandi, quando ancora dobbiamo capire chi siamo e, al massimo, chi vogliamo tendere ad essere, da grandi. Quando si inizi ad essere definibili grandi poi ce lo spiegherà qualcuno, ma non complichiamo le cose.

Solo due sembrano essere le strade possibili dopo il diploma, in questa società già multiforme e complessa, ma ancora inconsapevole di esserlo.

“Ci vuoi andare all’università o no? Altrimenti, vai a lavorare”. Questa è la frase più insensata che io abbia mai sentito, perché non te lo dicono che se anche ci vai all’università, nel frattempo è bene che tu uno straccio di lavoro lo svolga anche, ma non solo perché se non sei figlio di notai al cinema, a cena fuori e in vacanza nel Salento non ci puoi andare, ma anche perché te lo richiede la bella faccia che deve avere il tuo curriculum, quando spegni le candeline il giorno del tuo venticinquesimo compleanno e ti tocca aprire Canva per compilarlo (quanto più originale possibile, chiaramente).

Negli anni dell’università i conti li devi fare per forza, anche se ti sei iscritto a lettere antiche perché di svolgere esercizi di matematica e di vedere numeri non ne potevi davvero più. I conti, negli anni dell’università, li devi fare non solo per organizzare gli esami e suddividerli tra tutte le sessioni disponibili, cercando di non andare fuori corso altrimenti ti tocca fare i conti anche con la mora della tassa. All’università, i conti li devi fare anche per capire quante ore libere ti avanzino nella settimana tra lo studio, le lezioni e il lavoro, perché vuoi non fare un po’ di volontariato? D’altronde te lo consigliano tutti, è formativo e poi anche Thoreau diceva che la solidarietà è l’unico investimento che non fallisce mai. Dunque, pur pensando che quel lavoretto che hai trovato ti ricordi molto il volontariato, fai un po’ di volontariato.

Negli anni dell’università, i conti inizi a farli anche con altri due fattori, ossia la consapevolezza e l’autocoscienza. Così, quel vivere per le spesso futili questioni del qui ed ora che avevi alle superiori svanisce e lo rimpiangi. Ripensi a quando alle superiori i conti li facevi solo con il problema del momento, senza alcun tipo di propensione al lungo termine, senza alcun tipo di visione, senza alcun tipo di progettazione.

All’università non puoi non fare i conti con la consapevolezza, non solo del fatto che stai crescendo e che l’ampiezza della gamma di opportunità che avrai di fronte non dipende solo da fattori esterni e dal destino, a cui prima credevi ciecamente e ti rassicurava anche un po’, ma dipende soprattutto da te, dalle tue capacità creative e di azione. Tra i venti e i venticinque anni, la consapevolezza si estende anche ad altri aspetti della vita. Fai i conti, ad esempio, con il concetto di assenza, con il pensiero che la morte sia un aspetto della vita dal cui pensiero non puoi sottrarti, non solo per essere un minimo preparata quando toccherà qualcuno di molto vicino a te, ma anche nell’ottica di dare un vero senso alla tua vita, nell’ottica di fare e di essere ciò che vuoi profondamente. A quel punto, superato il trauma dell’esistenza di tutti questi pensieri difficili dentro di te, ti dici che la vita che vuoi non è quella di una o due generazioni prima di te, quella in cui si viveva accettando il concetto di esistenza come sopravvivenza e mediocrità. Ti rendi conto che ti rifiuti di vivere facendo i conti con un lavoro che non ti piace, solo per poter pagare le spese a cuor leggero ed evitare di fare i conti dei soldi alla fine del mese per capire se tu possa o meno comprare quella buona bottiglia di vino rosso. Quindi, fai i conti con il sogno di fare il lavoro che ami, magari anche di cambiare più lavori nella vita per dare spazio concreto alle tue umane contraddizioni e diverse passioni; fai, però, anche i conti con la consapevolezza che l’indipendenza ha un costo elevato e che devi essere bravissima a creare quella perfetta, ma secondo molti impossibile, intersezione tra il lavoro dei tuoi sogni e il tenore di vita dei tuoi sogni.

A quel punto, la parola intersezione ti fa tornare alla mente quando, in prima liceo, l’unico problema era capire gli insiemi di matematica, in cui confondevi sempre i simboli di unione e intersezione e sbagliavi tutti gli esercizi. Così, vorresti tornare per un attimo a quel casino così semplice di numeri e di simboli, che però non era tosto come i conti che ti tocca fare ora.

 

By Eleonora Biscola

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