Per un pugno di voti

Da sinistra verso destra: Chiara Appendino, Stefano Lo Russo e Francesca Parlacino

Ci siamo sempre ritenuti ampiamente legittimati dalle circostanze nel nutrire dubbi circa l’effettiva convinzione dietro alle dichiarazioni di questo o di quel politico. Nella città degli annunci l’occasione ci viene stavolta offerta dalla sbandierata candidatura di Torino per ospitare l’Eurovision 2022, che la recente vittoria dei Maneskin ha assicurato all’Italia. E non si tratta di pregiudizio antipolitico, anche se ne avremmo tutti i requisiti. Ma andiamo con ordine.

Questa mattina Chiara Appendino ha confessato l’intenzione del Comune di correre per mettere mano sulla futura manifestazione. Come crediamo immaginato e più o meno reso noto da un discreto numero di altri sindaci di capoluoghi regionali della penisola. Una proposta rilanciata dal centrosinistra, nella figura del candidato alle primarie Lo Russo, e dal centrodestra, che tramite la consigliere comunale Francesca Parlacino ha reso nota l’intenzione di avanzare la proposta domani in Sala Rossa.

C’è convergenza d’intenti, dunque: non si tratta di un’iniziativa monocolore, e ogni frangia dell’arco politico potrà rivendicarne davanti all’elettore la paternità. Vincono tutti, per due motivi. Primo: all’elettore medio di bilanci pubblici, investimenti, sussidi in conto capitale, nomine pubbliche di questo o di quell’altro e altre noie dell’amministrazione importa assai poco. Le campagne elettorali non si vincono – ahinoi – sciorinando numeri e dati, e tantomeno illustrando progetti di sviluppo a lungo termine. La proposta di candidatura della città per ospitare la manifestazione europea non è nulla di tutto questo, è congeniale a qualsiasi narrazione e funzionale ad accaparrarsi un pugno di voti. Secondo: tra qualche mese, il vincitore della tornata di ottobre – quale che ne sia il colore – potrà pur sempre smarcarsi ricorrendo al vecchio adagio del “ci abbiamo provato” qualora non riuscisse a portar la palla in buca. Ed eventualmente scaricando la colpa su chi c’era prima per aver avviato male il progetto.

Un solo particolare ci rende tuttavia perplessi, non poco, e si tratta del reale fervore dietro l’annuncio. Come detto, abbiamo le nostre ragioni per dubitare ce ne sia. Il caso dei lavori consiliari al dossier di candidatura di Torino come capitale culturale 2033, d’altra parte, insegna. Soltanto pochi mesi fa il consigliere Giovara, in quota Movimento 5 Stelle e con il quale siamo più volte arrivati allo scontro diretto, si trovava nella spiacevole condizione (per la quale, lo ammettiamo, noi pagheremmo) di dover rimbeccare i propri colleghi di commissione in merito all’andamento dei lavori.  “Con dispiacere – asseriva l’attore protagonista della querelle del Regio – non vedo alcun contributo dei consiglieri. Ormai è da qualche commissione che ho questo dispiacere, continuo a domandarmi come mai in un primo tempo si riteneva necessaria una mozione per sollecitare l’amministrazione a candidare la città, mentre invece ora abbiamo silenzio da tutte le parti politiche”.

Noi, a Giovara, non ci sentiamo di dar torto. Un conto è proporre, ben altro è poi lavorare con abnegazione e zelo teutonico alla proposta. Nel caso dell’Eurovision, per tentare di sopperire quanto più possibile alla ben più parca disponibilità finanziaria rispetto a quella dei cugini lombardi. Non illudiamoci: finché si potrà attingere alle risorse di una Torino più di borgata che di borghesia, le corse di questo genere resteranno impari. Ma l’essere Davide contro Golia non è neanche il primo dei mali atavici del capoluogo piemontese: che continua invece a essere una politica a corto, più che di soldi, di idee e capacità per realizzarle.

By Nicola Decorato

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