“Torino mi ha insegnato a diventare un buon pilota di Formula 1”

Sette vittorie, ventidue podi e diciotto pole position in Formula 1 per René Arnoux, il francese che non vinse mai il mondiale ma che fu tra i più veloci del Circus. Una carriera tra Italia e Francia, fatta di scontri con Enzo Ferrari e duelli con Gilles Villeneuve, iniziata a Torino.

Le sette vittorie nella categoria regina del motorsport, i ventidue podi e le diciotto pole position, lo rendono il pilota a non aver mai vinto un mondiale con più primi posti conseguiti in qualifica. Secondo lo storico della Formula 1 Pino Casamassima, René Arnoux è stato uno dei piloti più veloci di tutto il Circus, che ebbe tuttavia poche occasioni per esprimere appieno il proprio talento. Uno stile, quello del francese, combattivo ma corretto dentro e fuori l’abitacolo, unito a una parlata franca e diretta. Come quando, nel 1984, il Grande Vecchio, patron della Ferrari, scuderia per la quale Arnoux guidò dal 1983 al 1985, lo prese in giro davanti a tutti dicendo “che bravo, ha chiesto ad Alboreto come affrontare una curva”. E lui rispose a dovere in pista, raccogliendo punti ad ogni corsa in quello che fu un anno nero per la scuderia di Maranello: finendo la benzina, sorpassando con gli scarichi rotti, vincendo il duello a distanza con Alboreto. E rispondendo a tono a Enzo Ferrari, dopo l’ennesimo guasto in Canada: “la macchine non va”.

Un rapporto esasperatosi nel 1985, quando alla riunione successiva alla prima gara del campionato, disputata a Interlagos, Ferrari si lamentò delle scarse prestazioni, facendo intendere come da copione che erano i piloti a non dare il massimo. Arnoux rispose di essere stanco di sentirsi sempre addossare tutte le colpe e che forse qualche colpa l’aveva anche la macchina. Ferrari si rivolse dunque a Franco Gozzi, dirigente della scuderia, e gli disse di liquidare ad Arnoux la frazione d’ingaggio spettante per il gp disputato. Gozzi si avvicinò, e gli sussurrò che non era possibile, che il contratto non lo prevedeva. Ferrari rispose di passare la pratica all’ufficio legale, e poi, rivolgendosi direttamente al pilota, disse: “Lei è licenziato. Da oggi si cerchi le ragazzine da scopare lontano da Maranello”.

Una carriera iniziata non nel Paese delle tre scuderie per le quali guidò (Martini, Renault e Ligier), ma a Torino, come dichiarato in una intervista rilasciata a Repubblica nel 2009.

“«Lucidavo le teste dei motori, ero molto abile a farlo». Ogni storia inizia a modo suo”. E quella di René Arnoux, nato il 4 luglio 1948, è iniziata a Moncalieri. “Due anni come meccanico alla Conrero, a elaborare le Opel: «È lì che ho imparato tutto, è stata una scuola di vita. Vivevo in città, vicino a Porta Nuova. Non avevo una lira in tasca». Però aveva già la passione per la velocità, come ricorda bene il suo ex collega Walter Rolando: «Che paura quando salivo in macchina con lui! Voleva sempre guidare la mia 112 Abarthe aveva quel piccolo vizio di stringere talmente tanto le curve da mettere l’auto su tre ruote». È proprio Rolando che lo ha incontrato a fine giugno ad averlo invitato a Torino: «Vieni a trovarmi dove lavoro adesso, al Centro ricerche di General Motors», gli ha detto”.

“«Quando lasciai Torino – ricordava Arnoux – per correre in formula Renault sapevo fare tutto: ero un buon pilota, ma sapevo anche sviluppare la macchina grazie all’esperienza da meccanico e all’occorrenza guidavo anche il camion della scuderia». Altri tempi: «Oggi i piloti sono supercoccolati e nel valutarli importa solo la guida. Invece vivere gomito a gomito con i meccanici e gli ingegneri durante le prove, veder crescere la macchina giorno dopo giorno, era la cosa più bella che potesse esserci». Arnoux iniziò a Moncalieri una carriera che ben presto lo portò in Formula Uno, fino a quel Gran premio di Dijon del 1979 che incise il suo nome della storia grazie quel duello tra lui, sulla Renault, e Gilles Villeneuve, sulla Ferrari. Una serie di sorpassi e controsorpassi mozzafiato: «A Gilles dicevo sempre: tu sei il pazzo numero uno, io il numero due. Lui era un funambolo che camminava sul filo senza né rete né contrappeso», ricorda il pilota francese. Roba da storia dell’automobilismo: «Parlo due o tre volte a settimana di quella gara: vuol dire che negli ultimi trent’ anni in Formula Uno non è successo poi molto, no?»”.

Ora Arnoux fa l’imprenditore, ed è proprietario di due piccole aziende in Svizzera che producono meccanica di precisione per orologi. Di un’altra leggenda del motorsport, quel Michael Schumacher che in Ferrari centrò il titolo mancato da Arnoux, e che all’epoca dell’intervista si apprestava a tornare in pista con Mercedes, diceva: “«Dopo un anno e mezzo di stop sarà pieno di adrenalina e volontà di vincere. Io ho smesso nel 1990, ma mi ci sono voluti cinque anni prima di perdere la voglia di tornare». Da allora sono cambiate tante cose: «Il piede? No, quello no. Quello è rimasto bello pesante»”.

By Giuseppe Ripano

Related Posts