Sul set di un film

“Ciao Eleonora, sono Chiara, ti chiamo perché sei stata scelta come controfigura dell’attrice protagonista per il film GAPCI”. Così è iniziato quel mese, a cavallo tra febbraio e marzo del 2021, in cui ho fatto infiniti tamponi, sono stata convocata ad orari stranissimi del giorno e della notte e mi sono divertita nei giri notturni in moto per le riprese che scalpito a vedere su Netflix, quando il film uscirà. Però, andiamo per gradi.

Un giorno, scorrendo il pollice sulla homepage di Facebook, ho visto un’immagine grande e nitida di una ragazza, a cui mi pareva di somigliare, almeno come colori e primo impatto. Leggendo bene, ho visto che cercavano una controfigura della ragazza, attrice protagonista, per una serie tv che si sarebbe girata nella città di Torino. Abbastanza per gioco, senza grandi aspettative, ho mandato la candidatura. Poi, sono tornata subito nel flusso dei miei impegni e doveri quotidiani, che iniziano a starmi stretti ormai da qualche mese, ma di questo parlerò eventualmente più avanti.

Tornando alla candidatura, si trattava di fare un piccolo video-selfie di presentazione, in cui ho raccontato chi sono, cosa faccio nella vita, i miei sogni, e le mie passioni. Evidentemente li ho convinti e così è iniziata la breve, ma per me molto intensa, avventura sul set.

A dire la verità, la prima volta sul set è andata malissimo. Sono stata convocata alle quattro di pomeriggio del giorno più freddo del 2021, io ero emozionata e curiosa, ma non sapevo bene che cosa avrei dovuto fare. Arrivata al campo base (ho scoperto che, in gergo, si chiama così il punto di ritrovo della troupe e dei camion del cinema), ho subito fatto un tampone rapido, sebbene avessi fatto il molecolare un paio di giorni prima; il tampone è per fortuna risultato negativo, così mi hanno assegnato il mio camerino, in cui sono stata fino a tardi, con pausa cena, rigorosamente rispettosa anch’essa delle norme anti-Covid.

Ho detto che è andata malissimo la prima volta sul set, perché non ero mai stata su una moto in vita mia, escluso un breve giretto a bassa velocità un paio di anni prima, e mi sono ritrovata davanti agli occhi una moto di cui tutti ammiravano la potenza e uno stuntman parecchio concentrato, che dava per scontato avessi almeno idea di dove dovessi mettere i piedi, ma chiaramente si sbagliava.

Confesso che in quel momento abbia pensato chi me l’avesse fatto fare e come mai io non sia quel tipo di persona attratta da vite ordinarie e dal contratto in banca. Confesso anche, e me ne vergogno, di essere entrata nel panico, che hanno sopportato gli addetti alla produzione con una cura esemplare.

Per non dilungarmi troppo sulla mia prima volta sul set, che come tutte le prime volte nella vita è sempre più traumatica che idilliaca, quella notte sono tornata a casa quasi alle 5, senza aver girato alcuna scena in moto, poiché la (santa) regista ha deciso di girare altre scene e posticipare, un po’ per la mia preoccupazione e un po’ per il freddo tremendo, le riprese sulla moto.

La mattina dopo, svegliatami con rammarico e tristezza per la brutta figura fatta in un contesto particolare, ho pensato che non mi avrebbero più chiamata, anche perché di giovani ragazze morette e bassine disposte a vedere che cosa accada in un set cinematografico ce ne sono tante in giro per Torino.

Per fortuna, è squillato un’altra volta e altre volte ancora il telefono. Avevano bisogno che guidassi una macchina, una vecchia pandina verde, per essere precisa. Ho subito accettato felice, anche se la sveglia alle quattro del mattino l’avevo messa solo un paio di volte prima nella mia vita. Quel giorno è stato bellissimo, divertente, adrenalinico. La pandina verde mi ha accolta subito con dolcezza e insieme abbiamo girato tutta la città, con droni e telecamere che ci seguivano. Con la pandina verde ho trascorso anche un’altra giornata, sulle colline di Chieri, in un posto paradisiaco tra fiori e silenzio, poi l’ho dovuta salutare.

I momenti più belli, però, li ho trascorsi come passeggera su quella moto che all’inizio mi aveva fatto tanta paura, ma che poi mi ha regalato emozioni bellissime.

Con lo stuntman davanti che guidava concentrato, adattando i suoi movimenti alle richieste della regia, io ho ammirato tutta Torino by night, nel periodo in cui c’era ancora il lockdown, dunque la città, esclusa la zona di Porta Palazzo, era vuota e magica. Per girare il film, la velocità a cui andava la moto era moderata, esclusa la scena che abbiamo girato sulla collina di Torino, in cui la regista ha chiesto allo stuntman di accelerare a tal punto da farmi mancare per un attimo il respiro, tanta era l’aria fredda che mi arrivava in faccia. In ogni caso, quella è stata una delle scene che ricordo con più trasporto emotivo.

Il film, con la regia di Bindu de Stoppani, dal titolo “Guida astrologica per cuori infranti”, credo uscirà alla fine dell’anno su Netflix. Per me, questo film, ha rappresentato un’esperienza significativa e importante, sebbene sia stata abbastanza breve. Intanto, fa sempre bene all’apertura mentale vedere i mille modi in cui le persone conducono la vita e, da quel che ho visto, nel mondo del cinema si vivono vite strane, con orari assurdi, periodi di stress estremo e periodi di quiete e raccoglimento in se stessi; trovo che osservare le persone con vite non ordinarie e non scontate faccia tanto bene  a porsi domande su cosa si voglia fare della propria di vita e del proprio di tempo, perché tutti abbiamo giornate da sole ventiquattro ore e sta a ognuno di noi decidere se farne o meno un capolavoro. Inoltre, questa esperienza è arrivata in un periodo molto difficile della mia vita, in cui tutto ciò che faccio di routine da almeno cinque anni ha iniziato a starmi molto stretto. Poi, parlare con persone che vivono da Roma all’Africa a Londra è stato illuminante. Per tutti questi motivi, una volta conclusa l’esperienza, ho avuto dei giorni di sconforto e nostalgia per la fine della parentesi cinematografica e per le tante risate di gusto che ho fatto sul set, in cui sono stata trattata benissimo, protetta e accolta con grande rispetto e attenzione.

Il set, inoltre, tra il linguaggio tecnico utilizzato e tutto l’aspetto creativo-artistico, mi ha riportato alla mente quel mio amore per lo spettacolo, per il palcoscenico, ma soprattutto per le prove, per la preparazione dello show, che ho accantonato quasi sei anni fa, quando ho smesso di danzare, ma che sta lì, dentro di me e che non posso in alcun modo cancellare, sebbene ci abbia provato tante volte per evitare di soffrine troppo.

 

By Eleonora Biscola

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