Prostituzione: una questione complicata

“La chiamavano Bocca di rosa
metteva l’amore, metteva l’amore
La chiamavano Bocca di rosa
metteva l’amore sopra ogni cosa”

 

Solo leggendo questi quattro versi, viene da canticchiarla la canzone Bocca di rosa di De André e uno se la immagina anche. Io, ad esempio, me la immagino felice. D’altronde, come potrei immaginare triste una che l’amore lo faceva per passione? A Bocca di rosa tutti volevano bene, dal commissario al sagrestano; solo le giudicanti comari del paesino la detestavano ma, chiaramente, poco le importava.

Insomma, una prostituta felice.

Scrivere “prostituta felice” può sembrare un ossimoro, una di quelle figure retoriche chiare e riconoscibili anche dall’ultimo della classe.

Scrivere “prostituta felice” può anche sembrare il titolo di un romanzo utopistico. Questo perché, la prostituzione, soprattutto nel mondo contemporaneo e globalizzato, è qualcosa di ben più critico e complesso della storiella di Bocca di rosa, anziana prostituta felice che l’amore con chiunque lo faceva per passione e che papponi, probabilmente, non ne aveva.

La cronaca racconta certo di Susanna della Salaria, accompagnata ovunque dalla sua amata bicicletta, donna libera da ogni dogma, che la prostituta sembrava farla quasi con la vocazione di Bocca di rosa, con il sorriso sulle labbra e, soprattutto, senza papponi. La cronaca, però, non omette di raccontare le grandi difficoltà con cui era costretta a convivere la stessa Susanna della Salaria, una donna che aveva deciso di intraprendere il cosiddetto mestiere più antico del mondo in modo autonomo e svincolato dal controllo delle organizzazioni criminali. Susanna, pur esprimendo con disinvoltura e sincerità la sua serenità verso la pratica della prostituzione, non ha potuto evitare di raccontare i guai in cui si è trovata, qualche volta, a causa di quella scelta di vita. Lei ha dovuto ritirarsi dalla strada perché è stata speronata per tre volte da una macchina che le ha provocato ferite e contusioni; la donna ha ricondotto i fatti alla sua autonomia e indipendenza rispetto alle organizzazioni criminali, che hanno il controllo della prostituzione sulla Salaria; per questo, Susanna ha detto di essere sempre stata scomoda e d’impiccio per i malavitosi, i quali non hanno mai voluto che sottraesse i clienti alle ragazze da loro controllate. Susanna, inoltre, prima dell’ultimo incidente, era già stata derubata, malmenata e violentata da un uomo ubriaco, che l’aveva lasciata nuda in mezzo alla strada.

Raccontare la storia di Susanna è indicativo perché lei, tra le prostitute che lavorano attualmente in Italia, è stata una tra le più fortunate; non ha mai avuto un padrone e ha deciso di battere la strada in autonomia, per garantire una buona qualità di istruzione e di vita ai suoi figli e per poter mantenere l’anziana mamma. Susanna, poi, ed è importante sottolinearlo poiché non scontato, ha dichiarato di vivere con serenità la sessualità con i clienti e questo è sicuramente stato per lei un grande vantaggio. Tutto ciò rappresenta una grande differenza rispetto alla maggior parte delle prostitute che, almeno in Italia, non sceglie liberamente la strada e la vendita del proprio corpo. Sono note le violenze cruente e disumane, i ricatti, le minacce e le botte che subiscono quotidianamente le donne, schiave del sesso, da padroni malavitosi e da clienti di ogni tipo. Queste donne, spesso giovani immigrate in Italia con l’illusione di una vita migliore e più dignitosa, certamente con il sogno di una realizzazione personale che viene distrutto una volta catapultate sulla strada come merci usa e getta, non scelgono volontariamente la strada.

A questo punto, chiaramente, è necessario aprire il discorso sul valore morale della legalizzazione della prostituzione, ossia del processo di regolamentazione della pratica di vendita del proprio corpo in cambio di denaro.

L’opinione pubblica, ma anche quella dei politici e delle femministe, sul tema prostituzione, si divide.

Chi è favorevole alla legalizzazione della pratica, come accade ad esempio in Olanda con le cosiddette “case chiuse”, asserisce che ciò potrebbe favorire la riduzione del controllo delle organizzazioni criminali sull’indubbiamente attivo mercato del sesso e far lavorare come prostitute solo coloro si sentano in grado di farlo, senza costrizioni e minacce di provenienza criminale. Inoltre, i sostenitori aggiungono che la legalizzazione della pratica garantirebbe un certo controllo igienico e sanitario delle lavoratrici del sesso e dei loro clienti e permetterebbe allo Stato di guadagnare da un mercato che già esiste, ma è attualmente illegale e sommerso. Chiaramente, il presupposto di questa fazione ideologica è che il mercato del sesso sia sempre esistito, continui ad esistere e continuerà ad esistere anche in futuro e che il corpo si venda anche in mestieri altri, quali quello del cameriere o del modello, ad esempio. Questa fazione è ovviamente molto lontana dal concetto di sacralizzazione della sessualità nelle sue diverse forme.

Dall’altra parte c’è chi, pur riconoscendo il grave problema delle infiltrazioni criminali e del controllo forte e pericoloso di queste ultime sul mercato del sesso, si rifiuta di accettare che l’istituzione statale possa permettere la mercificazione sessuale del corpo delle donne. Vero è che la parola prostituzione non contiene intrinsecamente il senso della vendita di corpi solo femminili, ma innegabile è che questa, a livello pratico, sia di gran lunga più diffusa rispetto a quella del corpo maschile, soprattutto a livelli sociali popolari ed economicamente svantaggiati. Tra gli oppositori alla legalizzazione della pratica della prostituzione c’è chi ritiene che la vendita del corpo delle donne, appunto, sia uno strascico di natura patriarcale, che vada necessariamente superato prima di tutto culturalmente e non certo avvalorato da leggi che permetterebbero la vendita del corpo in cambio di denaro. Gli oppositori alla legalizzazione della pratica ritengono poi che quest’ultima sarebbe una sorta di legittimazione della violenza sulle donne, in quanto alcune di esse sarebbero pagate per soddisfare ogni forma di feroce desiderio e fantasia dei clienti, presumibilmente uomini. Chiaramente, il presupposto di questa fazione ideologica è che nessuna donna, se veramente libera di scegliere per la propria vita tra diverse opportunità, sceglierebbe quella di vendere il suo corpo a sconosciuti per prestazioni sessuali retribuite. Questa fazione è ovviamente più vicina al concetto di sacralizzazione della sessualità, ma anche molto attenta alla necessità di creare opportunità formative e lavorative maggiori e soddisfacenti per le donne, proprio per disincentivarle dal fare le prostitute.

La questione è indubbiamente spinosa e difficile, così come è complicato prendere una posizione in merito. Infatti, la pratica è ancora oggetto di dibattiti accesi, sia nei Paesi dove la prostituzione è stata legalizzata, sia nei Paesi, come il nostro, in cui la legge Merlin, il 20 settembre del 1958, ha stabilito il reato di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Quel giorno, in Italia, sono state chiuse le porte di 560 “case chiuse”, che, nel pieno dell’attività, fatturavano più di 14 miliardi e coinvolgevano 730 imprese, 400 imprenditori e 3-4 mila lavoratrici.

By Eleonora Biscola

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