La cultura dei fornelli e la cultura dell’accoglienza

Ci sono attività a cui tutti, chi più chi meno, ci dedichiamo lungo la nostra esistenza. Azioni assolutamente quotidiane e “normali”, ordinarie, che tuttavia portano con sé tutta una serie di nessi e significati capaci di meglio illuminare chi siamo e che cosa desideriamo. Cucinare è una di queste. Se fosse per la sola necessità di alimentarsi, sarebbe addirittura un’attività non indispensabile, esistendo altre vie, anche più immediate, per nutrirsi.

Per sottolineare il valore culturale della cucina basterà ricordare qualche nome più o meno celebre. Già nel XVIII secolo lo scrittore scozzese James Boswell definì l’homo sapiens, nel suo Journal of a tour to the Hebrides, come “l’animale che cucina” e nel 1825, pubblicando Physiologie du goût ou méditations de gastronomie transcendante, Jean-Anthelme Brillat-Savarin (che ha dato il nome a uno specifico dolce), brillante politico e gastronomo francese, riconobbe proprio nell’atto di cucinare una prima forma di organizzazione della vita civile degli esseri umani. Più recentemente Claude Lévi-Strauss ha sottolineato il nesso profondo esistente fra il “crudo della natura” e il “cotto della cultura”. E ancora più vicino a noi, l’antropologo statunitense Richard Wrangham sostiene che la cottura dei cibi ha rappresentato una tappa fondamentale nell’evoluzione e nella distinzione fra gli esseri umani e le grandi scimmie.

Come raccontato dal professor Massimo Montanari, “Il cibo è cultura quando si produce, si crea, si prepara, si trasforma, si consuma e quando si sceglie. Quando si produce, perché l’uomo ambisce a creare il proprio cibo; il cibo è cultura quando si prepara, perché – una volta acquisiti i prodotti base della sua alimentazione – l’uomo li trasforma mediante la sua tecnologia; il cibo è cultura quando si consuma, perché l’uomo lo sceglie con criteri legati sia alla dimensione nutrizionale, sia a valori “simbolici”: l’uomo è l’unico animale in natura che non consuma il cibo come gli si presenta davanti in natura, ma – al contrario – lo modifica, lo trasforma a seconda delle sue esigenze, delle sue preferenze, della sua identità. Un piatto di spaghetti al pomodoro non è solo un cibo, ma è il simbolo dell’identità culturale di un paese. È l’unione tra la tecnologia produttiva di un alimento nata nella Sicilia Araba unita a un prodotto americano importato in Europa dai conquistatori spagnoli“.

Che il Piemonte culinario abbia poco da invidiare ad altre blasonate realtà italiane è ovvio. Tra primi piatti, secondi, dolci e vini c’è l’imbarazzo della scelta. Ma la cucina è anche il luogo dell’accoglienza, e il cibo il mezzo attraverso cui la si esercita. E rispetto ad altre regioni della penisola, è questo un aspetto sul quale bisogna intervenire – in particolare nelle aree meno toccate dal turismo, se non di prossimità -, in quanto la buona accoglienza culinaria rappresenta un tratto imprescindibile di un’esperienza di visita completa e piacevole per il turista. La retorica secondo cui si è ben accolti al Sud e maltrattati sotto le Alpi ha poche ragioni d’essere. Per informazioni, citofonare Trentino, per poi trarre i dovuti paragoni con certe realtà piemontesi.

Sponsorizzare i prodotti tipici e le realtà ristorative locali, certo, ma senza trascurare la giusta dose di critica verso aspetti dell’offerta turistico-alimentare decisamente migliorabili. Questi gli scopi di Just Eat, blog che per qualche tempo occuperà le pagine del Caffè Torinese. Non c’è alcuna valorizzazione possibile senza qualità di fondo dell’offerta: teniamolo a mente, ora che l’estate è alle porte.

By Elena Valle