Momabaldone, memorie del Vecchio Piemonte

#borgochevai, la nostra rubrica dedicata ai piccoli centri urbani del Piemonte: tra borghi più belli d’Italia e perle ancora nascoste al turismo di massa, un viaggio alla scoperta di culture, sapori e tradizioni.

Immerso nei calanchi, come un’oasi in un deserto di tufo ingentilito dalle ginestre, Mombaldone è l’unico borgo della Langa Astigiana ancora cinto delle mura originarie. Passeggiare per la sua unica via centrale, da cui si dipartono vicoletti e passaggi, archivolti e cortili, significa compiere un percorso della memoria, un viaggio a ritroso nel tempo. In dialetto savonese (perché questa è terra di confine, la Liguria è a due passi), Franco Molini ha scritto il suo “Inno a Mombaldone”, che in italiano forse suona banale (“In alto sopra il colle/con chiesa e campanile/tu guardi nella valle/con l’occhio di un fienile…”), mentre va gustato in dialetto, per chi lo sa: “De dätu in çimma a u briccu / cun a gëxa e u campanìn, / ti guäci in ta valida / cun l’euggiu da fenëra…”. Arpione sabaudo nella Langa dei “sette guadi”, dove svettava il pennone aleramico (la dinastia dei Del Carretto iniziata dal grande Aleramo) e Vittorio Amedeo I Duca di Savoia combatté la sua ultima battaglia, Mombaldone rappresenta ancora oggi un’oasi di pace agreste, piccolo gioiello di intatto medioevo in questa frangia del basso Piemonte bagnata dal fiume Bormida.

L’antico borgo castellano, di carattere medievale, ancora ben conservato, è sorto in epoca romana in prossimità del percorso della via Aemilia Scauri, tratto della più famosa via Julia Augusta che dalla ligure Sabazia (Savona) immetteva ai varchi per la Padania. L’abitato si snoda in due settori separati dal castello, oggi in rovina. Le unità edilizie, caratterizzate da strutture medievali, offrono particolari costruttivi in pietra arenaria, dai davanzali alle finestre, dai portali (alcuni con stemma carrettesco) ai voltoni. Molte sono le facciate in pietra serena e pietra di Langa.

L’impianto urbanistico è semplice: a schema lineare servito da un’unica strada maestra, lastricata in ciottoli e sternìa. L’abitato è rafforzato verso la valle da forti muraglie difensive. Partendo da via Cervetti, si può ammirare la Porta d’ingresso al ricetto, ad arco acuto, intatta nella sua forma di origine medievale. Essa costituisce l’accesso al borgo antico, il cui agglomerato a stesura lineare con asse sulla strada maestra è ricco di residenze di impianto rinascimentale, rimaneggiate, abbellite o ripristinate tra la metà del Seicento e i giorni nostri. Sulla Piazza Umberto I, epicentro del borgo, convergono le maggiori emergenze monumentali. La prima è l’Oratorio dei Santi Fabiano e Sebastiano, edificato sul fossato del castello nel 1764, su disegno di Pietro Barozzi, e restaurato nel 1995-1997: l’ampia e sobria aula, con decorazioni del 1883, ospita attualmente convegni, mostre, riunioni, manifestazioni culturali e musicali. La seconda è la chiesa parrocchiale di San Nicola, costruita da Giovanni Matteo Zucchi nel 1790 a pianta esagonale, sempre sul fossato del castello. L’interno custodisce tele secentesche, fra cui alcune di Giovanni Monevi, e un gigantesco organo realizzato dai torinesi fratelli Collino nel 1885.

Oltrepassata la piazza, la strada s’inerpica verso la sommità più elevata del borgo, dove il paese si disperde nella campagna. Si fiancheggia ciò che resta del Castello (XIII-XIV sec.), parzialmente demolito nel 1637. Al centro del castello si erge una torre quadrata, ora poco più che un rudere, diroccata non solo dal tempo e dall’incuria ma anche per volontà nobiliare. Fu, infatti, il marchese Aleramo del Carretto, alla cui famiglia fin dal 1209 fu concessa l’investitura del feudo di Mombaldone, a donare nel secolo scorso parte delle pietre della torre per consentire l’ultimazione del tratto di ferrovia che collega Mombaldone a Spigno. I discendenti dei Del Carretto sono ancora oggi insediati nel Castello: non dominano più sugli abitanti, ma vegliano amorevolmente sulla conservazione del borgo e della sua identità storico-culturale.

In via Roma, infatti, tra il muraglione del Castello e l’oscura Portiola – un antro sorretto da volte in pietra a vista che metteva in comunicazione la strada maestra con la ripida discesa in fondo alla quale stava, vicino al fiume, l’abbeveratoio dei cavalli pronti ad essere cavalcati in caso di fuga precipitosa – si trova il palazzo detto la Fortezza. Il massiccio edificio con esterni in pietra a vista, documentato già nel 1209 e a più riprese rimaneggiato, dal 1981 è sede dell’Aldilà, un ristorante di richiamo internazionale, dove la marchesa Gemma Del Carretto conduce i suoi ospiti in affascinanti saloni d’atmosfera illuminista con arredamento “giuseppino” e “teresino”, quindi settecentesco. E la storia nobiliare della famiglia è qui ingrediente irrinunciabile. A nord del ponte sul Bormida, il vecchio Molino di Mombaldone (XVI-XVII secolo) è un’antica costruzione che nei secoli ha assicurato la sopravvivenza alla comunità locale, ma è ormai priva delle originarie attrezzature.

By Redazione

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