Claudia Spoto e il teatro al tempo di Netflix

Torino? È la città d’Italia con il pubblico migliore. L’attenzione del mondo teatrale verso i giovani? È inesistente, ed è un errore enorme. E per rilanciare i teatri occorre il tax credit. La nuova protagonista della rubrica “A quattrocchi” è Claudia Spoto, direttrice del Teatro Colosseo. Un repentino passaggio di testimone da parte del padre, il fondatore del Colosseo Francesco Spoto, l’hanno resa una delle ancora purtroppo poche donne in Italia a ricoprire una posizione strategica nel mondo del management teatrale.

Qual è il focus primario del direttore di un teatro?

Posso dire qual è il mio: riuscire a presentare stagioni teatrali che sappiano soddisfare la curiosità del pubblico, che siano “intellettualmente oneste” e che contribuiscano alla crescita culturale del singolo.

Quali sono le maggiori difficoltà con cui deve fare i conti un teatro privato [il Colosseo non usufruisce di contributi pubblici, ndr] rispetto a uno pubblico?

La principale è l’incertezza degli incassi. Chi è finanziato può contare su uno stanziamento di denaro certo per mantenersi, un teatro privato si deve confrontare ogni volta con il suo pubblico.

Quali sono gli aspetti principali che, in quanto produttori o acquirenti di spettacoli, si devono considerare?

Credo che l’aspetto principale debba essere la curiosità intesa come amore per il conoscere.

Il Colosseo è un teatro capace di occuparsi tanto di musica quanto di teatro. Quali difficoltà comporta il lavorare a un cartellone ben più variegato rispetto a quello di un teatro lirico o di prosa, che fanno leva su programmazioni “settoriali”?

È un po’ come abitare un mondo popolato da culture diverse, stesso sentire ma agire differente. Affinché non si crei il caos abbiamo fissato alcuni punti per noi importanti che tutti gli ospiti del Colosseo devono rispettare…il resto va da se.

Il dirigere un teatro privato comporta probabilmente un diverso rapporto con il mondo politico. Quali vantaggi e quali svantaggi comporta questo legame più flebile rispetto a quello di un ente pubblico?

Il più grande vantaggio è la totale indipendenza: decidi per quello che ritieni giusto. Lo svantaggio è che ci vuole più tempo perché il tuo progetto possa essere considerato un progetto della e per la collettività.

A quali problemi endemici del sistema teatrale italiano hanno dato rilievo la pandemia e i lockdown?

La pandemia ha messo in evidenza la frammentazione del settore: attori, teatri pubblici, teatri privati, produttori, maestranze, orchestrali…ognuno con le proprie istanze, dimenticando che uno senza l’altro non può essere nel nostro lavoro.

Ne hanno fatti emergere di nuovi?

No, semmai ha fatto emergere la necessità di provare a sentirsi un settore più coeso.

Quanto sono stati efficaci i ristori pensati dall’attuale e dallo scorso governo? Per quali aspetti si sarebbe potuto e dovuto far meglio?

Penso che sia mancato un pensiero sul lungo termine nel decidere i ristori, e che la mancanza di visione su un settore molto articolato come quello teatrale abbia fatto incorrere il governo in mancanze verso alcuni comparti ed in mancanza di prospettiva per il futuro.

Cosa vorrebbe chiedere di fare al nuovo governo per i teatri, in particolare per quelli privati?

Mi piacerebbe una nuova legge sullo spettacolo dal vivo sulla falsa riga di quella che anni fa è stata fatta per il cinema italiano. Una legge capace di sostenere e rilanciare il Teatro attraverso finanziamenti ma anche strumenti come il tax credit o agevolazioni fiscali che vadano a premiare chi investe e crede nella propria impresa.

Quali sono le principali sfide del mondo teatrale al tempo di Netflix?

Ho scoperto il mondo di Netflix durante il lockdown, e per giorni mi sono chiesta se era possibile ricreare in teatro quella “dipendenza visiva” che induce una serie. È passato un anno e non ho ancora la risposta ma arriverò a capire come fare.

I due mondi, digitale e dello spettacolo dal vivo, possono coesistere?

Possono e dovranno coesistere. Il digitale è uno strumento che può portare il contenuto del teatro anche e soprattutto alle nuove generazioni.

Negli ultimi tempi, complice la pandemia si è assistito al moltiplicarsi della trasmissione di opere liriche e pièce teatrali sulle piattaforme di streaming. È un fenomeno che genererà benefici diretti per i teatri a pandemia conclusa? O crede che si tratti di un fenomeno temporaneo, che non influirà sull’attenzione del pubblico generalmente riservata al mondo teatrale?

Uno streaming ad alti livelli come quello del mondo anglosassone, dove le riprese sono fatte con molte camere ed un lavoro di regia combinato tra quella teatrale e quello di ripresa, sarebbe una grande opportunità per il mondo dello spettacolo dal vivo. Darebbe la possibilità di stimolare la curiosità e la voglia di andare a vedere dal vivo quanto è piaciuto in video. Si arriverebbe a poter dare a platee più vaste i giusti strumenti per poter fruire meglio, più preparati dell’esperienza teatrale.

Il ministro della cultura Franceschini ha lanciato ITsArt, ribattezzata come “la Netflix della cultura Italiana”. È una proposta con un suo merito, o soltanto l’ennesimo carrozzone pubblico che alla prova dei fatti mostrerà le proprie criticità?

Questo lo capiremo solo quando la piattaforma sarà realmente operativa.

Nella fase di ripartenza ci saranno modifiche di un certo rilievo per quanto concerne l’indirizzo artistico del cartellone, optando magari per certi titoli in luogo di altri? O si proseguirà il percorso interrotto con l’emergenza sanitaria?

In parte sarà necessario proseguire il percorso interrotto sia perché abbiamo molti spettacoli con biglietti venduti da recuperare sia perché fanno parte della storia del Colosseo. In parte apriremo ad una fase nuova perché penso che avvenimenti importanti come questa pandemia richiedano un’evoluzione rispetto a quello che si è stati.

Il teatro contemporaneo o d’avanguardia è talvolta considerato un genere distante dagli interessi del pubblico di massa. Come crede si potrebbe incentivare il grande pubblico ad avvicinarsi?

Il pubblico va costruito, non si “materializza” da solo. Venticinque anni fa al Colosseo abbiamo presentato il primo abbonamento al comico con nomi in cartellone conosciuti ad una platea ampia ma poco avvezza al teatro. Abbiamo convinto il pubblico ad abbonarsi e stagione dopo stagione abbiamo inserito spettacoli sempre più teatrali, anche di compagnie internazionali che hanno fatto scoprire al pubblico il valore del teatro in qualunque sua forma.

Crede che Torino sia, da questo punto di vista, una città culturalmente ricettiva?

Credo che Torino sia una città con un pubblico curioso ed intelligente che merita proposte all’altezza dei suoi abitanti.

E all’interno del panorama italiano?

A mio parere Torino è la città con il pubblico migliore.

Parlando invece di nuove generazioni, crede che ci sia sufficiente attenzione da parte loro al mondo teatrale? D’altronde, è su di loro che si dovrà contare quando gli aficionados più anziani non ci saranno più.

Credo che l’attenzione del mondo teatrale verso i giovani sia inesistente. Questo è un errore enorme, non solo perché sono il pubblico di domani ma anche perché le nuove generazioni potrebbero dare molto al mondo del teatro in termini di sguardo sul mondo. Mondo da cui il teatro non può pensare di prescindere.

Si sentirebbe di consigliare a un giovane, ad oggi, di intraprendere la carriera di management teatrale?

Credo sia il lavoro migliore si possa fare per la pienezza di vita che ti regala.

Luigi, erede della casata dei De Filippo, ha dichiarato «Il teatro non è in crisi, il teatro è morto. È morto perché non ci sono più autori e non c’è un ricambio in grande stile di attori. I Gassman, gli Albertazzi sono venuti fuori dalle scuole di teatro ed oggi non vedo giovani in grado di poter reggere il confronto con questi grandi personaggi». Quanto c’è di vero in questo De profundis? È un’affermazione che condivide?

Non la condivido. Credo che ogni generazione abbia qualcosa da dare al teatro e lo farà per come è. Non c’è meglio o peggio, solo diverso. Shakespeare avrebbe potuto pensare la stessa cosa sulle generazioni a venire.

C’è una figura, del mondo dello spettacolo, da cui trae ispirazione per il proprio lavoro?

No.

Qual è il successo della sua carriera che reputa più importante? E il ricordo a cui è più legata?

Il successo che reputo più importante è il Colosseo: la crescita di un luogo insieme al suo pubblico, ai suoi collaboratori, ai suoi ospiti. Quanto al ricordo, non so se è quello a cui sono più legata ma è il più nitido che ho per quanto lontano nel tempo. 13 novembre 1982, inaugurazione del teatro Colosseo, avevo 13 anni e ricordo lo stupore con cui osservavo quel nuovo mondo in cui mi trovavo. Penso sia stato “amore a prima vista”.

Quali progetti ha in mente per il futuro del Colosseo, una volta tornati alla normalità?

Ho in mente un Colosseo 3.0, non credo ai ritorni ed alla normalità.

By Nicola Decorato

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