Ripartiamo dalle parole

Le parole definiscono l’uomo. Caratterizzano la comunicazione politica e le relazioni private, influenzano il modo di vedere e plasmare il mondo, condizionano le pratiche della nostra vita quotidiana, le nostre scelte, le nostre idee che sedimentate diventano convinzioni, che arrugginite diventano pregiudizi. Se è vero, com’è vero, che ognuno di noi riesce a pensare in base al numero delle parole che conosce, e che se ne conosce poche allora pensa poco, la riscoperta delle nostre identità culturali non può che ripartire dalle parole.

E, a proposito di partenze, non è un caso che uno tra i più giustamente noti romanzi della letteratura mondiale, il capolavoro di Marquez Cent’anni di solitudine, si apra con un inno in sordina al valore e al ruolo della semantica: «Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito».

Le parole sono sculture di porcellana: a dispetto di cosa rappresentano, sono da maneggiare con cautela. Un aggettivo edulcorato, un verbo sbagliato possono generare catastrofi, nell’inconscio di un individuo quanto nell’immaginario collettivo. Esempi pratici? Parole ed espressioni tossiche come “non sono razzista, ma” o “crimine passionale”.

Come sottolineato da Luigi Manconi e Federica Resta nel libro Non sono razzista, ma. La xenofobia degli italiani e gli imprenditori politici della paura, questa forma di auto-assoluzione illustra un meccanismo psicologico che mira a prendere le distanze dalle parole e dagli atti che contraddicono ciò che pensiamo di essere, o che vogliamo far intendere di essere. È un’espressione che si sente sempre più spesso, perché l’interdizione morale nei confronti di termini e comportamenti xenofobi si è indebolita. Quella sorta di presidio culturale e sociale, che agiva contro il ricorso a pratiche e linguaggi discriminatori, sembra esaurito, e i confini dell’intolleranza vengono riaperti proprio dalle parole. E dov’è la passione in un crimine? Non c’è spazio per amore, cura, soccorso e supporto in un crimine. Nel corollario lemmatico del reato ci sono piuttosto parole come istinto, possesso, intimazione, odio.

Prima di usarle, le parole che ci definiscono le abbiamo ascoltate. E a giocare un ruolo cruciale nei processi di assimilazione della comunicazione verbale sono tanto la famiglia quanto le conoscenze esterne al nucleo familiare: per questo maturare in ambienti dediti all’uso di un certo tipo di aggettivazione peggiorativa, denigratoria, moderata, celebrativa condizionerà il nostro atteggiamento verso l’oggetto dei discorsi in un senso o nell’altro.

Le parole sono troppo importanti per non essere pesate: è per questo motivo che, quando il Caffè mi ha proposto di aprire un blog in concomitanza con il lancio della nuova veste grafica, il pensiero è corso a tutto questo. Uno spazio dedicato alle parole che dicono di più e più a fondo di ogni altra opinione su chi siamo. Come torinesi, come italiani, come cittadini del mondo. Lessico sabaudo, questo il titolo che è anche un programma. A presto.

By Ilaria Cerino