L’Appendino playmaker avremmo voluto vederla cinque anni fa

Coalizione sì, coalizione no. Chiara Appendino, intervistata da Repubblica, ha parlato di un “laboratorio” per la coalizione che abbia come obiettivo le prossime amministrative in autunno: “Il nome – ha dichiarato – viene dopo, il nome si trova, ma chiedo che senso abbia non avviare un percorso comune a partire da quel che è stato fatto”.

Il primo cittadino, tutt’oggi unica punta del movimentismo torinese (alle sue 118.000 preferenze totalizzate nel 2016 fanno sponda le sole 10.000 raggranellate dagli allora futuri consiglieri), si ritaglia così un ruolo conciliatore da playmaker in vista dell’abbandono di Palazzo Civico, nell’ottica – chissà – di un trasferimento nelle stanze romane del potere.

Ribadire ulteriormente le ragioni dell’inconsistenza pratica di un simile progetto è inutile. Un ticket PD-M5S in vista delle amministrative sabaude converrebbe soltanto alla destra, che vedrebbe quasi certamente spalancate le porte di Palazzo Civico per Damilano & co, e ai vertici pentastellati, la cui sola possibilità di rielezione risiede oggi nell’entrata in una coalizione di centrosinistra auspicata da Appendino.

Certo converrebbe meno ai torinesi di orientamento democratico, che si troverebbero braccati dalle ipotesi di un voto a naso turato (per molti di loro turatissimo) per il centrosinistra con imbarcati i reduci dell’amministrazione grillina, un voto a naso turato (per altrettanti di loro turatissimo) per la destra a trazione salvi-meloniana in cui i moderati sarebbero minoranza, e infine di un non voto.

Ha più senso interrogarsi all’ombra della Mole circa la natura del percorso comune a cui Appendino si riferisce. Percorso comune intrapreso a Roma, certo, ma non qui. Sbobinare i nastri degli ultimi quasi cinque anni fa scorrere in rassegna il racconto di una giunta la cui sola opposizione – flebilissima e nei momenti chiave poco incisiva – è stata quella democratica.

Alla prova dei fatti, la Lega, seppur incarnata nel rumoroso assessore Ricca, si è dimostrata negli ultimi anni quasi assente da Palazzo Civico (boutade relative al Salone del Libro a parte). Peggio ha fatto Forza Italia, che nel 2020 con Osvaldo Napoli della giunta ha evitato la prematura dipartita in occasione della querelle Teatro Regio. Dopo che nel maggio 2018 era stato il solo partito a accogliere favorevolmente la nomina di Graziosi alla sovrintendenza dell’ente lirico torinese.

Vien poi da domandarsi in virtù di quale convergenza programmatica si dovrebbe proporre all’attenzione dell’elettorato un candidato unitario. Restando dalle parti di piazza Castello, proprio l’attuale giunta ha determinato le forzate dimissioni di Vergnano, emblema delle politiche culturali di centrosinistra degli ultimi vent’anni, dal Regio. E proprio l’attuale giunta ha causato l’allontanamento di Gianandrea Noseda, felice intuizione datata 2007 della Fondazione Teatro Regio allora presieduta da Chiamparino.

Spostandosi sotto la Mole, è stata l’attuale giunta ad aver dato il via alla sede vacante della direzione del Museo del Cinema, durata tre anni e mezzo, costata decine di migliaia di euro al cittadino contribuente tra bandi lanciati, revocati, contestati, e che ha condotto infine alla nomina di De Gaetano. Tutto questo perché il nome di Alessandro Bianchi – 40 anni all’epoca, nel 2016, segretario generale della Fondazione Re Rebaudengo dal 2002 al 2009 e poi segretario generale del Maxxi di Roma dal 2009 al 2012: un curriculum di tutto rispetto –, considerato troppo vicino al centrosinistra, ricevette il veto proprio dal Comune.

Per non parlare delle barricate innalzate proprio dai pentastellati nei confronti della gestione del Salone del Libro da parte di Fassino e Braccialarghe, al tempo assessore alla cultura, piuttosto che della riforma operata per il Torino Jazz Festival. Sostituito, al primo anno di giunta Appendino, dall’inconsistente Narrazioni Jazz, formula d’insuccesso poi abbandonata in favore di un ritorno al vecchio format. Con una novità: alla guida del TJF oggi c’è Giorgio Li Calzi, vecchia conoscenza personale del riformatore impenitente del Regio Massimo Giovara. E anch’egli individuato dopo la breve avventura di un bando pubblico prima proposto e poi ritirato dall’assessore Leon.

Storia recente è invece la fortunatamente breve opposizione della maggioranza comunale alla riconferma di Christillin alla presidenza dell’Egizio. In piena pandemia, per giunta: uno snodo storico durante il quale di tutto Torino avrebbe avuto necessità, fuorché di ulteriori contenziosi relativi alle nomine di nuovi vertici del mondo culturale. Opposizione più teatrale che altro (come sarebbe andata a finire, a meno di clamorose convergenze con gli inquilini di Palazzo Lascaris, lo sapevamo tutti), che ha visto la consigliera regionale Frediani salire sulle barricate con i prodi Versaci e Sganga al fianco, salvo poi vedersi costretta a fare i conti con una realtà, quella del Museo Egizio, che con il duo Christillin-Greco si è rivelata la più in forma tra tutti i poli della cultura torinese.

La sola coincidenza di Appendino con le posizioni dei dem si è registrata, a ben vedere, pochi mesi fa con la chiusura del lungo dossier Cavallerizza. Quando, dopo cinque anni e un’elezione vinta anche grazie alla sbandierata opposizione al modello fassiniano per il futuro del bene Unesco torinese, la giunta ha finito con lo sposare il vecchio PUR. Una convergenza certo non dettata da ragioni d’ideale: difatti, al momento del voto, la mozione è passata con parte della maggioranza (quella dei Ferrero e dei Carretto) contraria e i voti favorevoli dell’opposizione.

Che i torinesi, il giorno delle urne, sceglieranno senza colpo ferire di mettere da parte cinque anni di acredine verso l’attuale giunta in nome delle ragioni di partito è una ipotesi fuori da qualsiasi criterio di realpolitik. I tempi dell’Unione Sovietica sono finiti. E se Torino non sarà il laboratorio di una futura coalizione nazionale tra PD e M5S Appendino non ha che da imputarlo a se stessa: se la playmaker l’avesse fatta da cinque anni a questa parte, rifiutando i ricatti di maggioranza che hanno portato ai Graziosi di turno, lei e noi oggi staremmo meglio.

A noi avrebbe certo risparmiato una buona parte del nostro lavoro di scrittura e una buona dose di seccature. A lei stessa avrebbe risparmiato qualche grana giudiziaria, che magari non la vedrà imputata, ma che di certo non giova alla sua figura.

By Nicola Decorato

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