Quando con Ascari e Farina le Formula 1 sfrecciavano al Valentino

C’era una volta, tra il verde del più noto parco urbano torinese, il Gran Premio del Valentino. I suoi larghi viali, oggi meta di passeggiate e attività sportive, più di sessant’anni fa erano percorsi dai grandi volti dell’automobilismo del tempo: Nuvolari, Farina, Varzi, Villoresi, Ascari, protagonisti indiscussi di uno sport ancora agli albori, romantico ma periglioso, alla guida delle migliori macchine sportive dell’epoca come Maserati, Ferrari, Alfa Romeo, Fiat. Nomi che non solo rappresentano tutt’oggi l’essenza dell’automobilismo, ma che racchiudono l’eccellenza del design e della tecnologia made in Italy di quegli anni.

Tra il 1935 e il 1955, lungo il tracciato cittadino di 4,2 chilometri che si snodava tra il rettilineo di corso Massimo D’Azeglio e l’interno del parco, si svolsero dieci gare ufficiali di Formula A, competizione automobilistica che da lì a poco avrebbe preso il nome con cui è oggi nota in tutto il mondo: Formula 1. Un circuito non esente da difficoltà, tra tornanti ciechi e curve addirittura in contropendenza.

Le gare riscuotevano entusiastici successi: per assistere agli eventi arrivavano da ogni parte d’Italia oltre cinquantamila persone, un vero record per l’epoca. Organizzate dalla sezione torinese dell’Automobile Club d’Italia, vedevano alla partenza vetture dotate di motori turbocompressi fino a 1,5 l di cilindrata o a pressione atmosferica sino a 4,5 l.

Automobili a motore anteriore spesso molto diverse tra loro, a dimostrazione della grande libertà progettuale di cui godeva la categoria agli albori, e altrettanto spesso non in grado di compiere i 90 giri – per un totale di 378 km – previsti dal Gran Premio torinese. Nel corso dell’ultima edizione, quella del ’55, delle quindici vetture schierate alla partenza sei si ritirarono.

Quattro delle prime cinque edizioni furono dominate da scuderie italiane, nel pieno della propria epoca d’oro prima dell’avvento delle avversarie britanniche, con l’eccezione del 1937, quando a imporsi fu la svedese Era con Eugen Bjørnstad. A vincere l’edizione inaugurale, nel 1935, fu Tazio Nuvolari su Alfa Romeo. Un successo, quello della squadra corse milanese, replicato con Achille Varzi nel 1946 e con Jean-Pierre Wimille due anni dopo (quando la denominazione di “Gran Premio di Torino” fu rimpiazzata da “Gran Premio d’Italia”), intramezzati dalla vittoria di Raymond Sommer nel ’47 alla testa di una Ferrari 159, il modello successore della prima automobile costruita dalla Ferrari, la 125 S, ma che a differenza di quest’ultima ebbe breve vita agonistica.

Non furono tempi avari di scene madri. Come quando durante la Coppa Brezzi, evento collaterale del Gran Premio del 1946, accadde uno degli episodi più celebri e curiosi della storia dell’automobilismo: Tazio Nuvolari tagliò il traguardo con il volante che si era staccato dal piantone dello sterzo, guidando con una chiave inglese.

Dopo tre anni di assenza dei bolidi dalle strade di Torino, nel 1952 l’Automobile Club di Torino non soltanto riuscì a organizzare nuovamente la gara – stavolta con il nome di “Gran Premio del Valentino” –, ma anche a riservarla alle vetture di F1, proprio in una stagione in cui quasi tutta Europa, di fronte alle difficoltà di allestire gare con questo tipo di vetture, avevano optato per la Formula 2, con conseguenti oneri e rischi minori. Su di un tracciato assolutamente inedito presero il via tredici vetture. Tra esse, quattro Ferrari ufficiali affidate ad Ascari, Villoresi, Taruffi e Farina.

Per la casata emiliana fu trionfo: cinque autovetture Ferrari ottennero i primi cinque posti. La vittoria andò a Villoresi dopo che i migliori protagonisti della gara dovettero ritirarsi per avarie meccaniche o incidenti, come quello occorso a Nino Farina che abbandonò la gara dopo aver dato spettacolo per 32 giri o quello di Peter Hirt, schierato su una sesta Ferrari e ritiratosi per noie al motore.

Ma l’edizione più celebre è probabilmente quella del 1955, che vide schierate in griglia soltanto vetture targate Ferrari, Lancia e Maserati, dominata dall’indimenticabile Alberto Ascari su Lancia D50. La corsa si svolse domenica 27 marzo e venne preceduta, come accade ancora oggi, dalla giornata di prove libere. La pole position andò ad Ascari, che tuttavia alla partenza si fece superare subito dalle Maserati di Musso, Mieres e Behra. Il quartetto rimase al comando per buona parte della gara finché, al ventunesimo giro, Musso uscì di pista e quindi di scena per la rottura di un tubo dell’olio aprendo la strada ad Ascari.

Da quel momento sarà un monologo del pilota della Lancia che taglierà il traguardo davanti a Mieres, regalando alla scuderia torinese la prima vittoria in un Gran Premio di Formula 1. I suoi tifosi, per ricordare l’ultima gara vittoriosa del loro idolo sul circuito del Valentino, scrissero il nome del due volte campione del mondo e il numero della sua auto con lettere di marmo incastonate nell’asfalto in corrispondenza del punto che occupava la sua Lancia sulla griglia di partenza, esattamente di fronte al castello del Valentino.

Un’iscrizione visibile tutt’oggi, che ricorda uno dei più grandi piloti automobilistici di tutti i tempi, che di lì a pochi mesi, il 13 luglio, a cavallo di una rossa sarebbe andato incontro a un incidente mortale sul tracciato di Monza, dove ancora oggi la celebre variante porta il suo nome.

By Vincenzo Lo Iacono

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