Novara, storia di una battaglia persa sulle cui ceneri nacque l’Italia

Fanti piemontesi alla battaglia di Novara, dettaglio di un dipinto di Giuseppe Ferrari coservato al Museo del Risorgimento di Torino

Nonostante la tenace resistenza dei piemontesi in inferiorità numerica, quella del 23 marzo 1849 fu la sconfitta che mise temporaneamente fine ai sogni risorgimentali e portò all’esilio Carlo Alberto. Ma un uomo seppe leggere meglio degli altri le cause della sconfitta, e su quella battaglia costruirà l’unificazione italiana.

La battaglia di Novara, combattuta tra il 23 marzo 1849, tra gli ultimi scontri della prima guerra d’indipendenza, rappresenta la temporanea fine del sogno unitario maturato a partire dai moti del 1821 e sancito con le cinque giornate di Milano del 1848.

Il 23 marzo di un anno prima le truppe sabaude, guidate dal re Carlo Alberto, varcano il Ticino, entrando in guerra contro l’Austria. Il clima di avversione alla dominazione imperiale in Italia è trasversale: alla notizia dell’arrivo delle forze piemontesi i contadini nelle campagne si levano in rivolta contro i funzionari austriaci, gli intellettuali milanesi e il governo provvisorio – tra i cui membri spicca Carlo Cattaneo – dopo aver cacciato Radetzky dalla città con le cinque giornate dibattono sul da farsi, i letterati si prodigano in odi ai liberatori.

Una tra queste è destinata a segnare la storia della letteratura italiana: “Soffermati sull’arida sponda. Vòlti i guardi al varcato Ticino”. È l’incipit di Marzo 1821, la poesia che Alessandro Manzoni dedica ai moti di 27 anni prima.

Ben presto si uniscono alla causa il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Ma in breve il Regno di Sardegna si ritrova solo contro il nemico austriaco. L’esercito piemontese, sconfitto a Custoza il 27 Luglio del 1848 per l’incapacità dei propri comandanti a prendere l’iniziativa (concedendo tempo prezioso a Radetzky per pianificare e attuare l’offensiva), è costretto ad arretrare fino a Milano, per poi abbandonare tutti i territori conquistati durante le fasi iniziali della guerra.

Il Piemonte è alle strette, e dopo aver rifiutato un primo armistizio che gli avrebbe permesso di mantenere il controllo della Lombardia, Carlo Alberto sottoscrive a Vigevano l’armistizio di Salasco il 9 Agosto del 1848, con il quale viene concordata una temporanea cessazione delle ostilità.

Ci sarebbe il tempo necessario per una riorganizzazione della logistica (di cui in Piemonte si ha disperatamente bisogno: per l’offensiva nel lombardo-veneto del ’48 lo Stato Maggiore sabaudo non dispone neanche di cartine geografiche del territorio), dei servizi sanitari a seguito dei soldati e del corpo ufficiali, drammaticamente insufficiente. Ma a Torino la proposta di riforma scatena forti contrasti tra i vertici militari e le autorità politiche. I fondi scarseggiano, e così l’equipaggiamento dei soldati.

Così il 7 Febbraio del 1849 il Consiglio dei Ministri, pensando di volgere a proprio vantaggio le rivolte scoppiate in Ungheria e Boemia, nonostante l’impreparazione dell’armata piemontese decide di rompere gli indugi e riaprire le ostilità. Il comando viene affidato al generale polacco Alberto Chrzanowski – scelto all’estero a causa dei contrasti e delle invidie in seno ai vertici dell’Armata sarda –, che con l’esercito il 20 marzo (ben undici giorni dopo che l’allora maggiore Raffaele Cadorna aveva notificato a Radetzky in persona la ripresa del conflitto) varca il Ticino all’altezza di Magenta.

Ma dall’altra parte c’è un navigato conoscitore dell’arte militare come Radetzky. Che, pur non essendo Napoleone, ai conflitti napoleonici ha partecipato e la guerra ha imparato a farla. E, seppur ottantenne, si rivela più intraprendente dei vertici militari sabaudi: varca anche lui il Ticino, ma più a Sud, a Pavia, e fa breccia nell’allora sabauda Lomellina.

Con l’esercito piemontese in Lombardia, Radetzky intuisce di poter coglierli alle spalle. E così si dirige verso Vigevano. Qui si sarebbe dovuta trovare la Divisione comandata dal generale Ramorino, che tuttavia ha disobbedito agli ordini. Il 21 marzo alcuni reparti tennero testa al nemico alla Sforzesca, nei pressi di Vigevano, ma in serata a Mortara parte delle truppe sabaude subiscono una prima sconfitta. Carlo Alberto è obbligato a ripiegare su Novara nella speranza di poter far perno sulla città per respingere l’offensiva austriaca e, nella migliore delle ipotesi, tentare una controffensiva.

Ma Radetzky ha già provveduto a troncare l’eventuale ritirata piemontese, facendo marciare parte delle proprie forze verso Vercelli. Spalmati lungo tre km di linea del fronte nella campagna novarese, i Piemontesi dispongono di circa 45.000 fanti, 2.500 cavalieri e 109 cannoni; gli Austriaci approssimativamente di 70.000 fanti, 5.000 cavalieri e 205 cannoni.

La mattina del 23 marzo si scatena l’assalto del 2° Corpo d’Armata asburgico, agli ordini del generale D’Aspre. Che, sorpreso dal contrattacco piemontese, segnala a Radetzky di avere di fronte non soltanto la retroguardia sabauda – come immaginato in un primo tempo – ma l’intero esercito di Carlo Alberto. Radetzky, tempestivamente, chiama i rinforzi.

Fino all’ora di pranzo gli assalti austriaci vengono respinti. Alle 13 le sorti della battaglia paiono riequilibrarsi: il Duca di Genova, figlio secondogenito del Re, alla testa della 4ª Divisione guida il contrattacco sabaudo. Gli Austriaci sono scacciati dalle cascine attorno alla posizione strategica della Bicocca – sobborgo a sud-est di Novara – e sono costretti a ritirarsi in disordine.

Ed è a questo punto che si rivela la siderale distanza qualitativa tra i comandanti impegnati nel conflitto del 1849 e quelli francesi che avevano infiammato l’Europa tra il 1796 e il 1815. A questo punto un Napoleone (ma anche un Davout), consapevole che le battaglie si vincono frantumando la resistenza psicologica dell’avversario, avrebbe scatenato seppur in inferiorità numerica le proprie forze per tentare di spezzare le linee nemiche prima dell’arrivo dei rinforzi.

Radetzky non è Napoleone. Ma Chrzanowski lo è anche meno. E così, piuttosto che ordinare l’attacco generale, fa richiamare le unità che stavano inseguendo il nemico. La sospensione dell’azione consente agli Austriaci di riorganizzarsi e di tornare a premere sulle linee piemontesi, grazie anche al contributo delle forze fresche del 3° Corpo d’armata, ormai giunto sul campo di battaglia.

Nonostante tutto, i piemontesi riescono a riconquistare più volte le cascine della Bicocca, rallentando la marcia austriaca. Ma attorno alle 17 il fianco sinistro sabaudo inizia a cedere e, sul lato opposto, il 4° Corpo austriaco (il giorno prima indirizzato verso Vercelli) compare a minacciare l’ala destra e il centro dello schieramento piemontese. Il Capo di Stato Maggiore, il generale Alessandro La Marmora, non può far altro che ordinare la ritirata. Alle 20 i combattimenti sono ormai cessati, con Carlo Alberto e i piemontesi rinchiusi entro le mura di Novara.

L’epilogo è amaro: alle 21,15 il Re, che nel corso della giornata ha più volte affrontato il pericolo, abdica a favore del figlio Vittorio Emanuele, partendo la notte stessa per l’esilio in Portogallo, dove sarebbe morto il successivo 28 luglio. All’interno dei confini di Novara gruppi di sbandati, rimasti a digiuno dal giorno prima, si abbandonano a violenze e saccheggi, prima di essere fermati dall’intervento di altri reparti dell’esercito.

La battaglia di Novara non fu certo uno degli scontri più sanguinosi del Risorgimento o paragonabile alle grandi battaglie napoleoniche: l’armata sarda dichiarò di aver lasciato sul campo 578 Morti, 1405 Feriti, 409 dispersi o prigionieri, quella asburgica 418 Morti, 1850 Feriti, 953 dispersi o prigionieri. In realtà le perdite furono di gran lunga superiori, stimabili in circa 4000 uomini per parte. Tra i caduti, i valorosi generali Perrone e Passalacqua (primo militare ad essere decorato con la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria durante le guerre risorgimentali).

Il giorno dopo a Vignale (paesino a nord di Novara) il nuovo Re incontra Radetzky. Cercando di mitigare le clausole imposte dagli austriaci, richiede tempo per riorganizzare il suo Stato ed evoca possibili crisi rivoluzionarie a Torino in caso di condizioni troppo dure. L’espediente ha successo: il maresciallo, temprato dall’esperienza milanese degli ultimi anni, si dimostra realista, accondiscendendo alle richieste di Vittorio Emanuele II.

Novara segna la temporanea fine delle speranze unitarie di larghe fette di opinione pubblica italiana, ma porta con sé anche un’accresciuta consapevolezza dei limiti del Piemonte. A saper leggere le ragioni della sconfitta si rivela capace un uomo in particolare: negli anni successivi si proporrà di riorganizzare le forze armate piemontesi, di sviluppare l’economia per poter meglio pianificare le offensive, di ottenere il favore diplomatico delle grandi potenze europee e di assicurarsi l’appoggio di un forte alleato militare. Con un passato da giornalista, si è fatto eleggere al parlamento subalpino l’anno prima. E benché all’epoca ancora nessuno lo sappia, è soltanto all’inizio della folgorante ascesa: si chiama Camillo Benso, e nel giro di dodici anni unificherà l’Italia.

By Vincenzo Lo Iacono

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