Nei luoghi dove si fece l’Italia: viaggio nella Torino risorgimentale. Parte prima

Monumento all’Afiere dell’Esercito Sardo, donato dai milanesi nel 1857

La Torino risorgimentale, quasi nascosta tra le Torino industriale e barocca, è quasi una città nella città. Scoprirla significa immergersi in un viaggio lungo mezzo secolo attraverso vie e piazze circondate da palazzi costruiti in muratura a vista e inebriate dai sapori sprigionati dalle caffetterie storiche dove è passata la Storia.

È distante dai tradizionali itinerari turistici dell’antica capitale sabauda, e forse per questo da molti sconosciuto o ignorato. In largo Marconi, zona San Salvario, campeggia dal 1873 un obelisco sormontato da una stella a cinque punte. E il viaggio nella Torino cuore pulsante del Risorgimento nazionale non può che partire da qui, da questo monumento dedicato ai moti del 1821.

L’11 gennaio di quell’anno, durante il carnevale, al Teatro d’Angennes (ora Gianduia, in via Principe Amedeo) studenti universitari indossarono cappelli in lana rossa con fiocco nero, colori della Carboneria. Furono arrestati, l’Ateneo insorse, le forze dell’ordine diedero l’assalto all’Università. Iniziavano così i moti a Torino, dettati dalla politica reazionaria di Carlo Felice e ispirati da quella Costituzione concessa a Napoli nel 1820 che aveva fomentato speranze e scontento, facendo proliferare le Società segrete.

Modellate sulle logge massoniche – la stella bronza sulla sommità dell’obelisco è un simbolo della massoneria, dai cui ranghi provenivano folte schiere di patrioti – e formate soprattutto da giovani nobili, contribuirono in maniera determinante alla diffusione degli ideali antireazionari tramite i “fogli” e pamphlet. Alla manifestazione di gennaio seguirono mesi di perquisizioni, sequestri di materiali e arresti.

Traditi da Carlo Alberto, reggente per conto di Carlo Felice, che in un primo momento concesse la stessa Costituzione allora in vigore in Spagna salvo poi venire sconfessato dal sovrano, fuggire dalla città e rinnegare i rivoluzionari, nei mesi e anni successivi diventarono oggetto della repressione da parte della polizia, appoggiata da associazioni e istituzioni religiose e monarchiche volte a ripristinare lo spirito del congresso di Vienna.

Ma nonostante tutto i carbonari, che nel frattempo avevano maturato l’abitudine di ritrovarsi nei Caffè, continuarono la loro opera di propaganda all’ombra del governo. Inaugurato nel 1822, il Caffè San Carlo diventerà in breve tempo un ritrovo dei progressisti torinesi. Qui, anni dopo, il capo del governo Crispi convinse la Sinistra Storica a intervenire in Africa; qui l’ammiraglio Cigni e il Duca degli Abruzzi vi concepirono la spedizione nell’Artide del 1899; qui Antonio Gramsci scriverà al tavolino le critiche teatrali per il giornale L’Avantì! ed ebbe l’idea di fondare L’Ordine Nuovo.

Poco distante, il celebre Caffè al Bicerin – dove un certo Presidente del Consiglio soleva gustare l’omonima bevanda – e il Ristorante del Cambio. Inserito nell’edificio adiacente al Teatro Carignano, è il più blasonato e forse il più celebre dei ristoranti della città per la sua lunga tradizione e per il prestigio dei suoi ambienti. Dalle sue sale sono passati noti personaggi da ogni dove e, frequentato fin dal Risorgimento da politici e aristocratici, deve la sua fama alle assidue visite di quel certo Presidente del Consiglio – assai noto ai torinesi –, che dal suo ufficio a Palazzo Carignano lì si recava a mangiare durante le pause lavorative.

Che si dice al Caffè Fiorio?”. Sembra che con questa domanda tutte le mattine il re Carlo Alberto aprisse le sue udienze, e a ben donde per un locale che, aperto intorno al 1780, rilevato poi dai fratelli Fiorio all’inizio dell’Ottocento, era diventato negli anni della Restaurazione il ritrovo preferito di intellettuali filogovernativi, aristocratici, ufficiali e diplomatici. Certo, il fatto che fosse conosciuto anche come caffè dei “codini” (poiché frequentato da molti nobili che indossavano la tipica parrucca con la “coda”), dei “machiavelli” o peggio ancora caffè “Radetzky” la dice lunga sulle frequentazioni politiche del locale di via Po: irriducibili conservatori che si contrapponevano agli ardenti patrioti del caffè Calosso di via Dora Grossa, ora – ironia della sorte – via Garibaldi.

Sul marciapiede opposto, quasi a rimarcare la contrapposizione ideologica, la sede dell’Università di Torino e il suo cortile: qui, la sera dell’11 gennaio alcuni studenti, erroneamente scambiati dalla polizia per membri di una società segreta, furono arrestati. Il giorno seguente l’Università fu occupata. Lo sgombero causò il ferimento e l’arresto di numerosi studenti, nonché l’aumento dei controlli da parte delle autorità e anche del governo sul corpo docenti.

Salendo lungo lo scalone di accesso dalla corte interna al loggiato di Palazzo dell’Università ci si imbatte nella lapide dedicata a Vincenzo Gioberti, ivi posta nel 1853 per commemorare il politico e sacerdote tra i massimi esponenti del pensiero filosofico del Risorgimento. Nominato, nel 1848, primo presidente della Camera del Regno di Sardegna, si distinse in tutta la penisola per aver scritto nel 1851 il Rinnovamento d’Italia, nel quale prospettò il ruolo di guida dello Stato Sabaudo per l’indipendenza e l’unificazione nazionale.

Ma è per le vie della città che si incontrano i protagonisti, noti e dimenticati del Risorgimento. Scolpiti nella pietra o generati dal bronzo, contrappuntano le passeggiate torinesi travolgendo il visitatore in una corrente di ricordi: così infatti Edmondo De Amicis voleva che si sentisse il viaggiatore italiano che approdava a Torino.

E così troviamo il Monumento all’Alfiere dell’Esercito Sardo, svettante in piazza Castello quasi a voler sancire la vocazione unitaria della Città, opera del celebre scultore ticinese Vincenzo Vela (1820-1891) offerta dai milanesi nel 1857 all’esercito piemontese su cui erano appuntate le speranze di liberazione dalla dominazione austriaca.

O i busti di quei dimenticati dalle masse che sono Salvatore Pes di Villamarina, il diplomatico che convinse Leopoldo II di Toscana a entrare nella prima guerra d’indipendenza a fianco del Piemonte e che riuscì a ritagliare uno spazio a Cavour alla conferenza di pace di Parigi dopo la guerra di Crimea, e Gustavo Modena, considerato uno dei migliori attori della prima metà del XIX secolo, che come membro della Giovine Italia mazziniana sempre intese l’attività teatrale come mezzo di elevazione e liberazione morale dell’individuo. Così infatti descrisse il suo credo artistico: «L’arte per l’arte sola è cosa vuota di senso; e precipuo scopo del teatro è l’aprire gli occhi ai ciechi estirpando pregiudizi e superstizioni».

O le statue del generale napoletano Guglielmo Pepe, fervente patriota che passò i suoi ultimi giorni a Torino dopo una vita a servizio della causa unitaria, e di Quintino Sella, alpinista piemontese fondatore del CAI e primo politico nazionale a intuire la dimensione politica della corsa alle cime (lui stesso pianterà, a capo della prima spedizione italiana, la bandiera nazionale sul Monviso).

O il monumento a Vincenzo Gioberti collocato nel 1859 su piazza Carignano, nel cui omonimo Palazzo ebbe sede il primo parlamento del Regno; la statua del generale Ettore De Sonnaz (oggi alla Cittadella), protagonista della prima guerra d’indipendenza, persa dal Piemonte anche per non aver dato credito al suo parere, secondo il quale si sarebbe dovuta aggirare l’imprendibile fortezza di Mantova puntando a Venezia; la statua equestre dedicata al generale Alfonso La Marmora, al centro di piazza Bodoni, raffigurante colui che fu primo consigliere militare del presidente del Consiglio Cavour, che nel 1855-1856 guidò con successo il contingente piemontese nella guerra di Crimea e che fu ministro della guerra durante la seconda guerra di indipendenza e infine Presidente del Consiglio in varie occasioni dal ’59 al ’66.

E ancora le due statue sotto il portico di Palazzo di Città, celebranti Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, i monumenti ad Angelo Brofferio Federico Sclopis, a Galileo Ferraris e ad Amedeo di Savoia-Aosta. E come non fermarsi ad ammirare la statua dedicata al matematico Giuseppe Luigi Lagrange, tra i più noti e importanti scienziati del Risorgimento, consegnato alla Storia con a fianco una pila di libri?

Ma esiste anche un altro itinerario risorgimentale: è quello dei grandi volti, che si snoda a partire da piazza Carlo Emanuele II, meglio nota come piazza Carlina. Qui si trova la statua dedicata al personaggio forse più celebre di quel periodo storico, quel “grande Tessitore” che fa capolino – in un modo o nell’altro – da ogni angolo di Torino: a lui sono infatti dedicati anche una piazza, una via, l’omonimo palazzo barocco dove nacque e morì – oggi rinomata sede espositiva –, il più antico liceo classico della città e un tavolo al Ristorante del Cambio.

È Camillo Benso conte di Cavour, in piazza Carlina ritratto in abiti da antico romano con una giovante e discinta Italia inginocchiata ai suoi piedi. Il monumento, opera di Giovanni Duprè, fu inaugurato nel 1873 alla presenza di Re Vittorio Emanuele II. Spostandosi verso il Po, all’incrocio fra via Cavour e il Lungo Po Armando Diaz, si incontra la seconda grande personalità del Risorgimento italiano, Giuseppe Garibaldi, probabilmente l’effige più diffusa nelle piazze della penisola, qui ritratto nel suo caratteristico poncho dalla mano di Odoardo Tabacchi nel 1877. Questo immaginario triangolo di “pezzi da novanta” risorgimentali si chiude con Giuseppe Mazzini, immortalato da Luigi Belli in una statua posta all’angolo di via Dei Mille e via Andrea Doria, inaugurata nel 1917.

Quelli che ieri furono protagonisti del processo unitario, oggi vigilano silenziosi sulla scena urbana torinese, ricordando a tutti quanto fossero trasversalmente diffusi – dall’Alpi a Sicilia, come recita il nostro Canto comune, dai contadini del lombardo veneto insorti contro gli austriaci fino ai pescatori siciliani che accolsero festanti l’eroe dei due mondi – gli ideali risorgimentali, a dispetto di chi oggi sostiene, senza citare alcun valido apparato documentario, il contrario.

By Vincenzo Lo Iacono

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