Quando in via XX Settembre nacque la musica dell’inno d’Italia

Partitura autografa del Canto degli Italiani conservata a Genova

È una sera dell’autunno 1847 quando nella casa torinese del patriota Lorenzo Valerio arriva un messaggio di Goffredo Mameli. Tra gli ospiti c’è il musicista Michele Novaro, da poco stabilitosi a Torino. Quasi di getto, nasce il futuro inno nazionale.

Londra, 1862. Alla Royal Opera House va in scena l’Inno delle Nazioni di Giuseppe Verdi. Il compositore italiano, all’apice della carriera e del successo, è stato incaricato di comporre una cantata in occasione dell’Esposizione Universale della capitale britannica. Insieme a lui, altri tre compositori: il Mayerbeer in rappresentanza del mondo germanofono, Daniel-François-Esprit Auber per la Francia, William Sterndale Bennett per Gran Bretagna e Irlanda.

Giuseppe Verdi elabora, su versi di Arrigo Boito, l’Inno delle Nazioni inserendo nella sua partitura i temi della Marseillaise, dell’inno inglese (God save the Queen) e di Fratelli d’Italia, mescolandoli in un complesso gioco polifonico. E per quanto per gli italiani del XXI secolo possa apparire come un fatto totalmente normale, per gli ascoltatori dell’epoca normale non lo era affatto: all’epoca la pagina di Mameli e Novaro non era ancora divenuta l’inno nazionale, identificato con l’inno di casa Savoia.

Perché allora Verdi scelse proprio Il Canto degli Italiani? Perché già allora questa pagina, popolare e “facile”, era abbastanza trasversalmente percepita come il vero, autentico simbolo dell’italianità e dell’identità unitaria forgiata dal Risorgimento.

Non a caso, già in una lettera a Giuseppe Mazzini del 18 ottobre 1848, lo stesso Verdi scriveva parlando dell’inno Suona la tromba su versi di Goffredo Mameli: “Vi mando l’inno e sebbene un po’ tardi, spero vi arriverà in tempo. Ho cercato d’essere più popolare e facile che mi sia stato possibile”. In queste poche righe il compositore di Busseto sottolineava un aspetto fondamentale della nuova produzione musicale patriottica: la necessità intrinseca di essere di semplice fruizione. Di essere ovvero cantabile al di là dell’accezione musicologica del termine.

E non a caso, proprio a queste esigenze risponde Il Canto degli Italiani, scritto quasi di getto nel 1847 da Goffredo Mameli e musicato altrettanto tempestivamente da Michele Novaro, in quel clima di fervore patriottico che già preludeva e annunciava la futura guerra al vecchio rivale austriaco.

Secondo Maurizio Benedetti, flautista e autore dell’edizione critica del Canto degli Italiani edita dal Conservatorio torinese nel 2019, “Per stabilire la data della prima stesura del testo abbiamo un’indicazione sull’autografo mameliano custodito presso il Museo Nazionale del Risorgimento di Torino: «Genova 10 9bre 1847». […] Sono meno utili le indicazioni temporali negli autografi di Novaro, che scrive un vago «Quest’inno fu da me composto verso la / fine dell’anno 1847» sulla partitura manoscritta del Museo torinese, mentre su quella conservata presso il Museo del Risorgimento – Istituto Mazziniano di Genova leggiamo la data Torino 5 Xbre 1847, con il numero romano come abbreviazione del mese di dicembre. Una data poco attendibile trattandosi di un manoscritto redatto in tempi successivi, come si può dedurre dall’annotazione su Mameli: «ucciso dai Francesi combattendo per la libertà Italiana a Roma», che lo pospone a dopo il 6 luglio 1849, data della sua prematura scomparsa”.

La testimonianza più nota circa la nascita, nella casa di Lorenzo Valerio (patriota, amico e avversario di Cavour) in quella che oggi è via XX Settembre, è quella resa, seppure molti anni più tardi, da Anton Giulio Barrili, patriota e poeta, amico e biografo di Mameli.

Michele Novaro, maestro di musica, nato a Genova nel 1822, – qui Barrili commette un errore: Novaro era infatti nato quattro anni prima, nel 1818 – ed al Mameli amicissimo, si era condotto a vivere da poco tempo a Torino. Colà in una sera di mezzo settembre, in casa di Lorenzo Valerio, fior di patriota e scrittore di buon nome, si faceva musica e politica insieme. Infatti, per mandarle d’accordo, si leggevano al pianoforte parecchi inni sbocciati appunto in quell’anno per ogni terra d’Italia, da quello del Meucci, di Roma, musicato dal Magazzari «Del novo anno già l’alba primiera», al recentissimo del piemontese Bertoldi «Coll’azzurra coccarda sul petto», musicato dal Rossi”. Un dettaglio non trascurabile, quello del far “musica e politica insieme”, che rimarca la dimensione sociopolitica della musica, il più efficiente tra i mezzi di propaganda ideologica, nel processo risorgimentale.

Prosegue poi Barrili: “In quel mezzo entra nel salotto un nuovo ospite, Ulisse Borzino, l’egregio pittore che tutti i genovesi rammentano. Giungeva egli appunto da Genova; e, voltosi al Novaro, con un foglietto che aveva cavato di tasca in quel punto: — To’, gli disse; te lo manda Goffredo. — Il Novaro apre il foglio, legge, si commuove. Gli chiedono tutti che cos’è; gli fan ressa d’attorno. — Una cosa stupenda! — esclama il maestro; e legge ad alta voce, e solleva ad entusiasmo tutto l’uditorio. — Io sentii — mi diceva il maestro nell’aprile del ’75 avendogli io chiesto notizie dell’inno, per una commemorazione che dovevo tenere del Mameli — io sentii dentro di me qualche cosa di straordinario, che, non saprei definire adesso, con tutti i ventisette anni trascorsi. So che piansi, che ero agitato, e non potevo star fermo. Mi posi al cembalo coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all’inno, mettendo giù frasi melodiche, l’una sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po’ di tempo in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c’era rimedio; presi congedo, e corsi a casa. Là, senza pure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla mente il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d’un foglio di carta, il primo che venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e per conseguenza anche sul povero foglio: fu questo l’originale dell’inno «Fratelli d’Italia». Piacque pei versi — e qui l’amico era modesto come sempre, ed ingiusto con sé; ma l’Italia gli renderà la giustizia che egli voleva negarsi — ed era cantato con entusiasmo. La polizia rincorreva come tante fiere tutti coloro che lo cantavano: ma già il popolo lo aveva fatto suo; e in ogni moto, in ogni festa, ufficiale o non ufficiale, l’Inno faceva capolino. Fu proibito fino alla dichiarazione di guerra all’Austria; e da quel giorno, poi, tutte le bande militari lo suonarono. I soldati, quando partivano per la Lombardia, lo cantavano, alzando i caschetti sulla punta delle baionette. Un anno dopo, è vero, lo suonarono a scherno le bande militari nemiche, nello entrare in Alessandria. Ma non fece loro buon pro’; anzi… Ma via, lasciamola lì, poiché la pace si è fatta, e noi siamo in casa nostra padroni”. Il testo rimanda qui alla seconda guerra d’indipendenza, quando in un primo momento l’esercito sabaudo fece il proprio ingresso in una giubilante Milano e l’anno successivo, nel 1849, le truppe austriache varcarono le mura di Alessandria dopo la vittoriosa controffensiva di Radetzky.

Tornando a que’ tempi – conclude Barrili –, io non vidi il Mameli se non a Milano, nell’aprile del 1848. Si discorreva in piazza del Duomo di tutte le cose nostre genovesi, quando ad un tratto la banda Nazionale intuona il «Fratelli d’Italia». Un urrà generale si levò per la piazza; Goffredo ebbe come un lampo negli occhi, mi gittò le braccia al collo, e mi baciò. Fu l’ultima volta che lo vidi; e fu uno dei pochi baci ond’io serbo memoria”.

Dopo aver combattuto gli Austriaci sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri e la firma dell’armistizio Salasco, Mameli torna a Genova, collabora con Garibaldi e, in novembre, raggiunge Roma dove, il 9 febbraio 1849, si avvierà quel breve e felice interludio che fu la Repubblica Romana. Nonostante la febbre, sarà sempre in prima linea nella difesa della città assediata dai Francesi: il 3 giugno è ferito alla gamba sinistra, che dovrà essere amputata per la sopraggiunta cancrena. Muore d’infezione poco più di un mese più tardi, alle sette e mezza del mattino del 6 luglio, a soli ventidue anni.

Diverso fu il destino di Novaro. Convinto liberale, offre alla causa dell’indipendenza il suo talento compositivo, musicando decine di canti patriottici e organizzando spettacoli per la raccolta di fondi destinati alle imprese garibaldine. Di indole modesta, non trarrà mai alcun vantaggio dal suo inno più famoso, neanche dopo la compiuta Unità. Tornato a Genova, fra il 1864 e il 1865 fonda una Scuola Corale Popolare, alla quale avrebbe dedicato tutto il suo impegno. Muore povero, il 21 ottobre 1885, dopo una vita segnata da perenni difficoltà finanziarie e problemi di salute. Per iniziativa dei suoi ex allievi, gli sarà eretto un monumento funebre nel cimitero di Staglieno, dove riposa vicino alla tomba di Mazzini.

Oggi, su quella dimora torinese all’incrocio tra via Barbaroux e via XX Settembre, che fu crogiuolo di patrioti, letterati, intellettuali e musicisti animati dal fervore liberale, campeggia una lapide che ricorda ai torinesi e agli italiani quel piccolo avvenimento della grande Storia passata dalla Torino risorgimentale: “In questa casa che fu di Lorenza Valerio una sera sui 10 di novembre 1847 il maestro Michele Novaro divinava le note al fatidico Inno di Mameli”.

By Giuseppe Ripano

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