Muti & Regio, what else?

Un Muti che fa il Karajan, orchestra e coro in stato di grazia e protagonisti misurati ma espressivi sanciscono il trionfo di un Così fan tutte terso e apollineo.

L’arrivo di Muti al Teatro Regio per il mozartiano Così fan tutte e il concerto straordinario, visibile in streaming a partire dal 18 marzo, ci consegna tre certezze: un’orchestra e un coro in stato di grazia nonostante la prolungata assenza dalle scene, l’ineffabile rimpianto per non aver potuto assistere all’opera dal vivo, e il meteorico trionfale bagliore di Rosanna Purchia. Perché, al netto delle critiche ricevute dalla malmostosa maggioranza consiliare torinese, la lady di ferro partenopea venuta a Torino per far quadrare i conti è riuscita – insieme a Schwarz – laddove in decenni non si era riusciti. E, a sentir le dichiarazioni di Muti, potrebbe persino aver inaugurato l’avvio di un percorso artistico comune tra complessi musicali del teatro e il Maestro ora di stanza a Chicago.

E veniamo al Così fan tutte. Quello andato in scena è un Mozart figlio della tradizione esecutiva della scuola italiana, aristocratico nel suo essere impeccabile: Muti sottolinea le venature melodiche della partitura, sublima il legato e privilegia una trasparenza orchestrale di matrice quasi abbadiana (seppur costruita su una filigrana sonora meno evanescente rispetto alle abitudini della bacchetta meneghina).

Regalando così un Mozart distante dai canoni che filologia imporrebbe, e prossimo a un certo sapore interpretativo ottocentesco. Muti – come ampiamente prevedibile da chiunque mastichi un po’ di storia della direzione d’orchestra – rifugge dalla prassi esecutiva recuperata dai Norrington e dai Gardiner negli ultimi decenni e votata a suoni scattanti, sordi, talvolta briosi e frenetici al limite del nevrotico, anche in assenza di orchestre dotate di strumenti d’epoca.

Noi, non facendo parte della vecchia guardia di aficionados italiani della lirica, cresciuta con i Mravinskij e i Karajan, di queste letture storicamente accurate siamo estimatori e sostenitori. Ma non possiamo esimerci dal sostenere che l’esecuzione mutiana del Così fan tutte non possa che guadagnarsi la più indiscriminata trasversalità d’apprezzamento proprio in funzione della musicalità apollinea esaltata dai complessi del Regio.

Il sestetto di canto tutto italiano è l’arma in più dell’allestimento firmato da Chiara Muti al Regio. Una compagnia raffinata ed espressiva, capace di smussare le asperità tecniche delle proprie parti conferendo arioso respiro ai dialoghi tra i personaggi, ma sempre misurata e attenta ai dettami stilistici di Muti. A svettare su tutti è Eleonora Buratto nel ruolo di Fiordiligi, tecnicamente impeccabile, dal timbro profondo e i contorni morbidi quanto basta a conferire assoluta soavità all’intepretazione.

Va tuttavia segnalata una pecca ampiamente evitabile, che limita le potenzialità d’ascolto e di apprezzamento: non è presente alcun sottotitolo utile a seguire arie e recitativi. E benché ciò possa non costituire un problema per i melomani di vecchia data, altrettanto non si può dire per gli ascoltatori meno navigati.

Una doverosa menzione per la regia, i costumi e le scenografie, sontuosi e signorili nella loro linee scarne e che giocano sull’impiego delle stesse tonalità cromatiche, capaci di replicare in scena la stessa perfezione tecnica e la stessa trasparenza che Muti conferisce all’impasto orchestrale.

Chiara Muti riesce appieno nell’intento di dare degno seguito visivo all’interpretazione dell’opera fornita dal padre: un Mozart sfiduciato e, al netto dei risvolti narrativi dell’opera, tragico, che regala un epilogo all’opera (ma anche alla propria carriera teatrale: il Così fan tutte è l’ultimo lavoro operistico del salisburghese) che tradisce sfiducia nei confronti del mondo. La regia si destreggia in una dimensione onirica e metafisica, nonché in un tempo apparentemente cristallizzato. Caratteristiche queste che attribuiscono alla rappresentazione le stimmate di un vero e proprio sogno notturno portato in scena.

Quella ricercata – e ottenuta – da Muti è l’idea del bello ideale. Piace a tutti, fa storcere il naso a nessuno. ‘Decenni fa, ormai, alcuni cronisti al seguito dei Berliner Philharmoniker durante gli anni ’80, tentarono di spiegare il fenomeno Karajan indentificando nella domanda di “bello assoluto” del pubblico del secondo dopoguerra, che rifuggiva dalle sperimentazioni esecutive più ardite, la ragione del successo intercontinentale dell’austriaco. All’uditorio, provato dagli anni di guerra, Karajan dette ciò che l’uditorio invocava: la piena piacevolezza d’ascolto.

In questo dopoguerra che si appresta a essere la delicata fase di ripartenza dalla pandemia, Muti sembra rileggere Mozart all’insegna di questo criterio, confezionando un’esecuzione forse storiograficamente meno attendibile di altre, ma in grado di rispondere alle esigenze di questi tempi per tutti difficili. Ed è quanto basta. Abbiamo Muti e abbiamo il Regio. What else?

By Giuseppe Ripano

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