Per la cultura torinese occorre un manifesto condiviso

Le condizioni del comparto culturale non possono che tenerci con il fiato sospeso. Nel breve interludio prima che anche per il nuovo governo suoni lo scadere del tempo, altro non ci resta da fare che rinviare il lettore a quei bollettini circa lo stato di salute della cultura di tanto in tanto emanati da enti e istituti, nella speranza che si avvii quanto prima la fase di ricostruzione.

Dalla sua, la rete culturale torinese offre buone garanzie di tenuta: le vicende degli ultimi anni – con le querelle legate al Salone del Libro, al Regio o al Museo del Cinema – pur avendola (e avendoci) indubbiamente logorato l’hanno forse anche preparata alla prova più grande della storia repubblicana. Se quel tessuto culturale, in alcuni casi rattoppato alla bell’e meglio, ha resistito, lo deve alla gagliardia e alla tenacia dei suoi protagonisti, capaci di far muro nei confronti di certe falle, inezie e boutade del mondo politico e di tutelare il buon nome delle tramortite ma non abbattute realtà culturali. Come la strenua opposizione interna al Regio al corpo virale estraneo Graziosi ci ricorda. Ma l’imminenza della scadenza elettorale pone alcuni problemi che, a mente lucida, dobbiamo prospettarci a livello comunitario.

Primo, quello dell’affidamento dei ruoli chiave del sistema culturale a profili di provata validità. Non è certo un problema che abbia mancato d’attualità negli ultimi anni, ma gli eventi attuali ce lo ripropongono con manifesta brutalità. Le sfide di un mondo, diciamocelo pure, in generale un po’ sonnacchioso nei confronti della sfida digitale di questo secolo e rimasto indietro rispetto alla concorrenza europea e globale, richiederanno figure intraprendenti e indipendenti, non soltanto sulla carta, dal mondo politico. Figure che di errori, va da sé, potranno anche commetterne. Ma il cui impatto sarà indubbiamente mitigato e assorbito se calati in un contesto meritocratico che si affidi in maniera diffusa e strutturata alle eccellenze che abbiamo prima che lascino la città (e lo scenario disegnato dal Rapporto Rota 2020 è, in questo senso, impietoso). Di nuovi Fiorenzo Alfieri all’orizzonte ad oggi non ne vediamo. Ma se anche ci si presentassero, siamo sicuri che saremmo in grado di riconoscerli?

Pur non avendone necessariamente colto le sfumature matematiche, una lezione dell’esperienza liceale ci è rimasta vividamente impressa: la differenza tra errore di svolgimento e di forma. Al primo campo possiamo ricondurre cantonate e inefficienze saltuarie – chi non ne commette? – di quei dirigenti culturali ad ogni modo preparati e capaci. E il discorso non vale solo per le posizioni di vertice. Al secondo le intromissioni della politica, cancerogena e invasiva nella pretesa di amministrare un comparto che considera poco più di una cambiale elettorale e del quale conosce poco o nulla. E che hanno invece il difetto di essere strutturali. Ancora una volta, riecheggia chiaro il vecchio adagio: come è possibile che di cultura si occupi chi di cultura è sprovvisto?

E veniamo al secondo dei nostri problemi, in larga parte figlio del precedente. Con le elezioni alle porte, e un tessuto culturale ingangrenito e da rigenerare come mai prima d’ora, per la cultura torinese occorre un manifesto condiviso. Che sia frutto del lavoro degli operatori culturali e delle eccellenze torinesi, che renda protagonista chi fa e non chi ciancia, che alla retorica partitica fatta di «resilienze», «valorizzazioni» e «tavoli condivisi» sostituisca analisi circostanziate e proposte ben strutturate. E che, in buona sostanza, alla politica possa sostituirsi nel tracciare una road map per le future politiche culturali.

Il che, beninteso, non implica l’accettazione passiva e immotivata di ogni qual genere di richiesta proveniente da qualsivoglia attore della scena culturale torinese. Ma un manifesto condiviso consentirebbe una buona volta di risparmiarci il nevrastenico squittio politico da perpetua campagna elettorale – che nel nostro Paese non dura mai meno di cinque anni –, almeno in materia culturale. E perché che ad avere potere di vita e di morte sulle realtà culturali urbane possano essere nuovamente un manipolo di illetterati e analfabeti viziati dal potere, che compensano le proprie deficienze intellettuali con la tracotanza e la supponenza tipiche degli ignoranti (si approfondisca, a questo proposito, l’effetto Dunning-Kruger), è una ipotesi che ci lascia perplessi e irritati. Non esitiamo a farci carico del lavoro sporco: di remore, nel sostenere che la tanto declamata politica dei migliori passa dal silenziamento dei peggiori, non ne abbiamo. A dispetto di eventuali accuse di razzismo e classismo, epiteti che dimostrerebbero soltanto il la miseria d’arsenale dialettico dei nostri critici.

Così come non si venga a tacciarci di utopismo: che i signori di Palazzo simili iniziative del comparto culturale non le sottoscriveranno mai, è un fatto del quale siamo certi tanto noi quanto loro. E tantomeno si batteranno per l’approvazione. Ma, almeno, sarà loro colpa non aver accolto e non della società civile non aver proposto. E al primo sgarro, non avranno scuse che reggano, con noi tutti ferocemente implacabili nel giudizio.

By Nicola Decorato

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