Processo alle buone intenzioni

Cosa accade quando l’ideologia sconfigge la realtà dei fatti? Quando la volontà politica opera nella direzione di insabbiare avvenimenti che stravolgono la vita di intere comunità? Succede che quei fatti, anche se condannati all’oblio da un sistema di potere, sopravvivono proprio nei ricordi e sotto la pelle di quelle comunità. E i ricordi diventano parole. Le foto diventano simboli. I racconti diventano storia”.

È quanto si legge in un post del Sindaco Appendino pubblicato oggi, in occasione del Giorno del Ricordo. Del quale, tacendo circa la nauseante retorica volta a catturare l’attenzione del follower scarsamente istruito, si può indubbiamente apprezzare l’attenzione rivolta alla “realtà dei fatti”, opposta all’insabbiamento ideologico.

È la seconda parte del post a mostrare un errore di approccio storiografico capace di far inorridire persino lo studente di storia al primo anno di università: Appendino confonde e mescola storia e memoria, campi ben distinti e in alcun modo sovrapponibili. La scrittrice e poetessa statunitense Barbara Kingsolver ha ben sintetizzato il rapporto tra fatti storici – acclarati tramite lo studio professionale delle fonti, figlio di consolidate prassi storiografiche atte a validarne la veridicità – e memoria. “La memoria – scrive Kingsolver – è parente della verità, ma non la sua gemella”.

La memoria, al contrario della storia, è individuale: ogni individuo che prende parte a un avvenimento lo ricorda dal proprio punto di vista. Le guerre, per determinare e studiare il confine tra storia e memoria, rappresentano un valido aiuto. Nulla come la guerra è infatti capace di generare memorie non condivise. C’è la memoria collettiva di chi vince e la memoria collettiva di chi perde; c’è la memoria individuale dei familiari dei caduti sul campo (ulteriormente ripartibili tra caduti nel fronte dei vincitori e caduti tra gli sconfitti) e la memoria individuale dei familiari dei condannati a morte per diserzione; c’è la memoria individuale dei sopravvissuti e la memoria collettiva dei sopravvissuti. Ci sono poi le guerre civili, che contribuiscono ad implementare corposamente lo spettro delle memorie.

La storia no: pur non essendo una scienza esatta ha dei criteri, una verificabilità, un approccio critico e una prassi analitica dei documenti che prescinde dal ricordo di ciascuno. E non solo. Il tema della memoria, spesso caricato di significati politici, ben si presta alla manipolazione ideologica e ai tentativi di revisionismo storiografico. Il negazionismo dell’olocausto, il neoborbonismo e anche una certa retorica partitica sulle foibe (discendenti diretti della corrente neoscettica diffusa negli anni ’80 e demolita sotto i colpi delle opere di Perry Anderson, Saul Friedländer, Sanjay Subrahmanyam ma anche dello storico torinese Carlo Ginzburg) presentano infatti gli stessi tratti distintivi.

Benché parte dell’arco politico italiano si sforzi di invocare una memoria condivisa, trovando puntualmente eco nell’elettorato meno istruito, la storia non è un gioco di equilibrio. Lo studio degli eventi non può e non deve svolgere alcun ruolo di mediatore tra parti avverse. Ne risulterebbero violati i fondamenti della storiografia scientifica moderna.

Quello del Sindaco rientra tra i più gravi degli errori, quelli di metodo, sistematici, che mostrano le conseguenze soltanto nel lungo periodo, quando ormai i falsi storici sono generati e capillarizzati nella pubblica opinione. E che, per giunta, pongono sullo stesso piano fatti e opinioni. Ma sugli effetti di questa categoria di errori (così come sull’attendibilità delle memorie) ci ha già messo in guardia Marc Bloch, e non serve che se ne dibatta ulteriormente in questa sede.

Si apre così una riflessione relativa ai “sistemi di potere” citati da Appendino, che condannerebbero all’oblio le memorie. È un capitolo ampio, che richiede – esperienza personale – anni di studio. Sintetizzarlo è oltremodo velleitario, ma spender due parole è altresì doveroso. Quella della storia scritta dai vincitori è, dal secondo dopoguerra, un falso mito. La storia la scrivono le fonti, e il processo di progressiva democratizzazione dell’occidente permette oggi di affrontare l’analisi storica con sensibilità e mezzi nuovi (un discorso simile, va da sé, è inapplicabile nei Paesi ad oggi totalitari, in cui il reperire fonti più complete possibile comporta seri rischi).

E veniamo, infine, alle foibe. Non è nostra intenzione negare o ridimensionare il ruolo delle foibe. Ne lasciamo lo studio a storici più preparati ed esperti di noi, che pur all’argomento hanno già dedicato una rigorosa letteratura che va oltre certe sciocchezze ampiamente smentite di Giampaolo Pansa, i cui meriti giornalistici non colmano le lacune storiografiche. Le foibe sono state un’atrocità, parlarne è un dovere.

Ma ne parlino gli storici, mossi da null’altro se non dall’amor di verità. Perché – smentiamo un altro falso mito – allo storico professionista e professionale parteggiare per questo o per quello importa assai poco. Gli storici che antepongono l’ideologia allo studio critico dei fatti, peraltro, vengono puntualmente ripudiati dalla comunità accademica, che, al netto delle critiche che puntualmente attira da parte della terza classe culturale, è dotata di anticorpi che la rendono immune da quelle fake news capaci di divenire malattie sociali autoimmuni.

Ai tuttologi del web restano pur sempre le partite domenicali. Ad Appendino, della quale non mettiamo in discussione la buona fede, consigliamo di lasciar la storia a chi ne conosce il metodo d’indagine, oltre che le nozioni. Perché sappiamo tutti dove conduce la strada lastricata da buone intenzioni.

By Nicola Decorato

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